Tre indizi per capire se Renzi su agenda digitale e opendata fa sul serio

Open Data e Agenda Digitale sono termini che, nel corso degli ultimi anni, politici ed esponenti di Governo hanno pronunciato più volte. Ma, terminate le interviste o le conferenze stampa, gli annunci sono stati tradotti in norme poco efficaci e nessuno si è occupato della loro attuazione nei termini previsti. È quindi normale che, dopo tante delusioni, quando il Premier Renzi ha annunciato il rilancio delle politiche sul digitale e, addirittura, un’accelerazione sul fronte dei dati aperti, sia stato accolto da un disincantato scetticismo. Tanto più che, nei primi due mesi dall’insediamento, il suo Governo non si è …

Tre indizi per capire se Renzi su agenda digitale e opendata fa sul serio

Open Data e Agenda Digitale sono termini che, nel corso degli ultimi anni, politici ed esponenti di Governo hanno pronunciato più volte. Ma, terminate le interviste o le conferenze stampa, gli annunci sono stati tradotti in norme poco efficaci e nessuno si è occupato della loro attuazione nei termini previsti.

È quindi normale che, dopo tante delusioni, quando il Premier Renzi ha annunciato il rilancio delle politiche sul digitale e, addirittura, un’accelerazione sul fronte dei dati aperti, sia stato accolto da un disincantato scetticismo. Tanto più che, nei primi due mesi dall’insediamento, il suo Governo non si è contraddistinto per scelte significative né sul piano della governance (al momento non si sa se e chi prenderà il posto del Commissario Caio, fresco di nomina a Poste Italiane) né su quello delle politiche sul digitale.

E invece, leggendo l’ultimo provvedimento del Governo, il c.d. “Decreto Irpef” (Decreto Legge 24 aprile 2014, n. 66), si scorgono almeno tre tangibili segnali che l’esecutivo ha intenzione di fare sul serio, traendo finalmente insegnamento dagli errori del passato e ascoltando molte delle richieste che – da tempo – arrivano da esperti e società civile.

1. Bilanci on line, finalmente confrontabili

Follow the money (“segui i soldi”). Sembra essere questo il filo conduttore delle novità introdotte dal “Decreto Irpef”: l’uso delle tecnologie e del digitale non è fine a se stesso, ma viene visto come strumento per assicurare risparmi (la famosa “spending review” di cui si parla da anni) e – attraverso una trasparenza efficace – consentire un controllo effettivo su come vengono spesi i soldi pubblici.

In quest’ottica, la prima disposizione significativa è rappresentata dalla norma (art. 8, comma 1) che ha l’obiettivo di rendere più efficace la pubblicazione on line dei bilanci delle pubbliche amministrazioni. Come noto agli addetti ai lavori, le norme vigenti (in particolare il Decreto Legislativo n. 33/2013) già prevedevano che bilanci preventivi e consuntivi dovessero essere pubblicati sul Web, nella sezione “Amministrazione Trasparente” dei siti istituzionali dei singoli Enti.

Tuttavia, l’assenza di standard precisi ha reso tali dati scarsamente comprensibili e, soprattutto, difficilmente confrontabili tra le diverse amministrazioni, facendo venire meno uno strumento indispensabile per un efficace controllo civico.

A questo proposito, il “Decreto Irpef” prevede che, entro il 24 maggio, sia definito uno schema-tipo e le modalità cui tutti gli Enti dovranno adeguarsi (per evitare sanzioni e responsabilità) per la pubblicazione attraverso un portale unico attraverso cui i dati saranno resi accessibili.

2. OpenSiope: arrivano gli Open Data delle spese di tutti gli Enti

Ma la trasparenza non si fa solo sui bilanci. Recependo una campagna che i lettori di CheFuturo conoscono bene, il Governo ha deciso di rendere “liberamente accessibili” i dati di SIOPE, il sistema informativo sulle operazioni degli Enti pubblici che raccoglie i dati degli incassi e dei pagamenti effettuati da tutte le amministrazioni. Il SIOPE, avviato nel 2003, è un potentissimo strumento di monitoraggio dei conti pubblici, nato per la rilevazione in tempo reale dei loro fabbisogni.

La misura (contenuta all’art. 8, comma 3) è molto importante sia per il settore pubblico (la disponibilità dei dati accresce le possibilità di controllo della spesa pubblica e – come effetto indotto – anche la riduzione di sprechi e fenomeni di malcostume) sia per quello privato (non solo perché i dati possono essere utilizzati per sviluppare beni e servizi, ma anche perché la razionalizzazione della spesa contribuisce alla crescita produttiva ed imprenditoriale del Paese).

Certo, preoccupa che non si parli espressamente di Open Data, ma – soprattutto – che non sia previsto un termine per l’adozione del Decreto con le modalità attuative da parte del Ministero dell’Economia e delle Finanze. L’esperienza ci ha insegnato, infatti, che anche quando i termini per l’adozione dei provvedimenti attuativi erano previsti, raramente sono stati rispettati (basti pensare ai cinque anni che ci sono voluti per l’adozione delle regole tecniche sulla fatturazione elettronica o al cronico ritardo di tutti i provvedimenti attuativi dell’Agenda Digitale).

Naturalmente non bisogna essere ingenui, l’apertura dei dati di SIOPE non può essere immediata, ma il lavoro necessario potrebbe essere semplificato con la collaborazione di tutte le diverse amministrazioni (che, però, dovrebbero essere sgravate di tutti gli obblighi di pubblicazione dei dati di spesa che gravano su di esse singolarmente).

3. Fatturazione elettronica: anticipata e più efficace

Un altro segnale importante riguarda la continuità per una delle riforme su cui tanto hanno investito i precedenti governi: la fatturazione elettronica.

La possibilità di emettere e conservare fatture solo in formato digitale è, da anni, al centro di un importante progetto che dovrebbe consentire di conseguire notevoli benefici: riduzione di costi e aumento di competitività per le imprese, maggiore velocità nei pagamenti, semplificazione e maggiore trasparenza nei procedimenti amministrativi secondo la ricerca 2013 dell’Osservatorio Fatturazione Elettronica e Dematerializzazione, la fatturazione elettronica dovrebbe portare a risparmi diretti di oltre 1 miliardo di euro l’anno e circa 1,6 miliardi di euro l’anno, considerando anche i potenziali effetti positivi sui fornitori della PA stessa).

In un Paese abituato alle proroghe di ogni scadenza, appare quasi rivoluzionaria la previsione del “Decreto Irpef” (art. 25, comma 1) che anticipa al 31 marzo 2015 il termine entro cui tutte le amministrazioni accetteranno solo fatture elettroniche (originariamente era il 6 giugno 2015).

A prescindere dalla rilevanza simbolica (la digitalizzazione è ormai irreversibile) e dai rilevanti risparmi conseguibili, anticipare questa riforma consentirà di analizzare prima la spesa pubblica e quindi di controllare eventuali incongruenze.

Per non parlare del fatto per cui anche i dati relativi alla fatturazione, se il Governo lo volesse, potrebbero essere pubblicati come Open Data per poi essere magari incrociati con quelli di SIOPE e dei bilanci.

Ovviamente, si tratta solo dell’inizio di un percorso e ci sono diverse incognite. Innanzitutto, il testo del Decreto, nei prossimi 60 giorni, dovrà superare la conversione del Parlamento: bisognerà tenere alta l’attenzione perché coloro che sono contrari alla trasparenza, alla riduzione degli sprechi e all’innovazione ottengano modifiche peggiorative al testo approvato dal Governo.

E poi c’è l’incognita dell’attuazione: l’esperienza dell’ Agenda Digitale dimostra che la fase di esecuzione si è rivelata quella maggiormente critica, dal momento che i tempi necessari sono spesso molto più lunghi di quelli previsti dalle norme.

Tuttavia, se è vero che “tre indizi fanno una prova”, i segnali che arrivano dal “Decreto Irpef” sono importanti: basta rinvii e tavoli di lavoro, ma subito mirati provvedimenti di buon senso che facciano percepire a tutti l’importanza delle tecnologie.

Perché, come scriveva Dale Turner, “alcune delle lezioni migliori si imparano dagli errori passati. L’errore del passato è la saggezza e il successo del futuro.”

Roma, 28 aprile 2014
Ernesto Belisario

Per questa notizia ringraziamo:

Che Futuro! » Agenda Digitale

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