Miscellanea

Il futuro dell’Open Gov e perché la democrazia non è uno sport da spettatori

“Il ruolo dei cittadini non si esaurisce con il loro voto”. Così Barak Obama, all’indomani della sua rielezione, invitava i cittadini americani a contribuire continuamente al miglioramento dell’efficacia dell’azione di governo, aiutandolo a superare i propri limiti. È questa in sintesi l’essenza dell’Open Gov: l’evoluzione dalla vecchia democrazia rappresentativa (in cui governo e PA si guardano come controparti) alla democrazia collaborativa (in cui lavorano insieme come partner, sia pure nel rispetto dei differenti ruoli). Ed è per questo motivo che – a livello internazionale – è nata Open Government Partnership, un’iniziativa che mira a promuovere la trasparenza, la lotta alla corruzione, l’innovazione e la partecipazione civica.

Coerentemente con i principi dell’Open Gov, infatti, non si tratta solo di un partenariato tra Governi, ma di un progetto multilaterale che vede questi ultimi impegnati insieme alla società civile. Pochi giorni fa, a margine dell’assemblea generale ONU, Open Government Partnership ha festeggiato i suoi primi tre anni di vita. Tre anni in cui è cresciuta, passando da 8 a 64 nazioni, fornendo a Governi e società civile la palestra in cui allenarsi a collaborare per migliorare la democrazia in cui vivono oltre due miliardi di persone.

Ma ovviamente non sono tutte rose e fiori: collaborare non è semplice come accendere una lampadina e, a volte, può essere frustrante. Tutti i governi – ad esempio – pensano di fare ciò che è giusto e le critiche spesso non fanno piacere. Oppure può accadere che le amministrazioni non riescano ad aprirsi effettivamente alla società civile, anche perché – va detto onestamente – non sempre le critiche di quest’ultima sono fondate e costruttive. Ma il confronto e le critiche sono lo stimolo che spinge le persone e i Governi a migliorare, in termini di apertura, efficienza e qualità delle scelte.

È quello che sta accadendo all’Italia. Dopo un inizio timido – fatto di annunci e inutili consultazioni – nel corso degli ultimi mesi, si registrano importanti passi in avanti. Non solo un’esperienza italiana (Open Coesione) si è classificata al quarto posto degli Open Government Awards, ma il governo appare determinato a coinvolgere in modo sempre maggiore cittadini e società civile, proprio come  previsto dai principi  di Open Government Partnership.

Dopo le critiche, anche dure, consacrate anche in rapporti e documenti della società civile, le cose stanno cambiando. Il secondo piano d’azione contenenti gli impegni dell’Italia, che sarà presentato ad Open Government Partnership entro il 1° novembre, non sarà calato dall’alto come accaduto fin qui, ma definito all’esito di un confronto con la società civile: veri e propri focus group (il primo dei quali si è tenuto il 7 ottobre presso il Dipartimento della Funzione Pubblica) saranno presto seguiti da una consultazione pubblica on line.

Tuttavia, la risposta (e la partecipazione) della società civile è stata fin qui inferiore alle aspettative. Diverse le ragioni: i tempi stretti (solo un mese), la scarsa fiducia dopo le tante promesse mancate, la difficoltà della società civile nel cambiare ruolo, passando dalle semplici critiche ai più difficili contributi costruttivi. Il rischio da evitare è che – dopo aver richiesto l’istituzionalizzazione di spazi di ascolto e confronto – manchino proprio proposte e stimoli. Il ruolo della società civile è fondamentale perché, nel corso della storia, il progresso è sempre stato guidato da cittadini che hanno avuto il coraggio di alzare la voce e immaginare non solo ciò che è, ma ciò che potrebbe essere; cittadini che sono disposti a lavorare e a investire il proprio tempo per realizzare il cambiamento che essi cercano.

Naturalmente, non è detto che il Governo raccolga tutti i suggerimenti. E forse non sarebbe nemmeno giusto. Ma è ragionevole attendersi che – anche grazie al confronto – migliori la qualità degli impegni del governo, che vengano fissati ambiziosi obiettivi di trasparenza, digitalizzazione e lotta alla corruzione: le vere riforme strutturali di cui l’Italia ha bisogno. Riforme che le istituzioni, da sole, non sono state (e non sono) capaci di fare.

Una collaborazione sincera ed onesta con i cittadini e la società civile – anche se difficile – nel lungo periodo rende i governi più forti, crea economie più prospere e società più giuste. Del resto è anche grazie all’impegno della società civile se, negli ultimi anni, le amministrazioni hanno aperto parte dei propri dati, se si è iniziato a parlare di agenda digitale e se si sono approvate nuove norme contro la corruzione. Nella consapevolezza che, come ha recentemente ribadito Obama, “nessun Paese ha tutte le risposte”. E per questo solo il confronto può aiutarci ad imparare gli uni dagli altri, a condividere le migliori pratiche e, soprattutto, provare a definire impegni concreti che riescano a migliorare la vita quotidiana delle persone. Per fare ciò, però, c’è bisogno di una società civile che accetti realmente questa sfida e che sia disposta a cambiare, almeno in parte, il proprio approccio per essere un interlocutore credibile del governo.

Per questo, quando domani giovedì 16 ottobre la bozza di piano di azione sarà online, è giusto che tutti coloro che hanno a cuore la democrazia di questo Paese – e non importa che siano associazioni, gruppi o semplici cittadini – trovino il tempo di andare sul sito www.partecipa.gov.it per commentare, proporre modifiche, inoltrare critiche con l’obiettivo di migliorare la bozza di documento. Si tratta di un esercizio in cui non devono prodursi solo gli entusiasti ma anche, e forse soprattutto, gli scettici. Quelli che pensano che il governo non manterrà le promesse, che tanto le cose non cambieranno neanche questa volta. Saranno proprio loro le sentinelle dell’attuazione del piano di azione italiano, a patto di riuscire a stare col fiato sul collo dei decisori fio a quando le promesse non saranno mantenute.

Perché, come dice Michael Moore, “la democrazia non è uno sport da spettatori. Se tutti stanno a guardare e nessuno partecipa, non funziona più”.

 

ERNESTO BELISARIO

ROMA, 15 OTTOBRE 2014

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