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Startup in Italia: cosa è cambiato in questi 5 anni

Una mattina di marzo, nel 2009, ho balzato qualche ora di latino (siete aggiornati sullo slang?) e sono andato in un posto in zona Brera dove presentavano un progetto dal nome “Working Capital”. Era pieno di gente. E io non conoscevo letteralmente nessuno perché fino ad allora avevo vissuto il mio attivismo internettiano in modo molto solitario. Nessuno, in sala, sapeva cosa aspettarsi da questa atipica iniziativa di Telecom Italia. Sul palco, in mezzo a gente in giacca e cravatta, c’era un tipo simpatico coi capelli incasinati e una maglietta delirante con qualcosa di elettrico sopra che ogni…

Startup in Italia: cosa è cambiato in questi 5 anni

Ecosystem

Una mattina di marzo, nel 2009, ho balzato qualche ora di latino (siete aggiornati sullo slang?) e sono andato in un posto in zona Brera dove presentavano un progetto dal nome “Working Capital”.

Era pieno di gente. E io non conoscevo letteralmente nessuno perché fino ad allora avevo vissuto il mio attivismo internettiano in modo molto solitario. Nessuno, in sala, sapeva cosa aspettarsi da questa atipica iniziativa di Telecom Italia.

Sul palco, in mezzo a gente in giacca e cravatta, c’era un tipo simpatico coi capelli incasinati e una maglietta delirante con qualcosa di elettrico sopra che ogni tanto si illuminava. Sembrava uscito da Star Trek. O forse da un rave party. Il suo nome è Gianluca Dettori.

A fianco c’era Franco Bernabè. Un top manager che parlava di “Web 2.0”. Allora era cosa rara.

I tempi e le mode corrono veloci. Solo due anni dopo “Web 2.0” era diventato come il prezzemolo, usato come intercalare in ogni frase. Mi veniva il latte alle ginocchia! Poi c’era qualche brillantone che si reputava più sagace degli altri e asfaltava tutti dicendo che il suo progetto era… “Web 3.0”! Poi la moda si è estinta, e la mia salute migliorata.

Poi è arrivato il tornado delle startup. Termine che adesso – finalmente, secondo me – è sulla bocca di tutti. Qualcuno ci scherza: “Ormai se non hai una startup non sei nessuno!”. E in effetti è vero. Persino il criceto di mia zia ne ha appena aperta una. È una startup di #Makers slowfood per il crowdfunding dei Big Data. Tutto in real time!

Scherzi a parte: Working Capital tra poco compie 5 anni, e di cose ne sono cambiate tantissime. È un’altra era geologica.

Cinque anni fa, dal mio punto di vista di ragazzino, c’era la desolazione. Di imprenditoria digitale in Italia se ne parlava abbastanza poco sia offline (che per un teenager vuol dire amici, scuola e famiglia), sia online. Leggevo su Nova24 quello che succedeva all’estero, ma poco altro. Di persone in gamba nel digital Milano era ovviamente piena, ma era difficile scoprirle, parlarci, imparare da loro, lavorarci insieme.

Mettetevi nei panni di un ragazzo che ha voglia di fare cose e crescere, ma non conosce nessuno. Fidatevi: non era facile.

Per chi arriva adesso è tutto più facile. Ti butti su Indigeni Digitali o Italian Startup Scene e hai un flusso costante di stimoli sull’argomento. Apri Twitter, idem. Vai in Edicola: non solo Wired, ormai anche i quotidiani seguono sempre di più la Startup Scene. Nella tua scuola, nella tua università: anche lì si parla sempre più spesso di startup. Se ne parla nelle centinaia di eventi sul territorio. Nei decreti legge di alcuni governi (sigh). Negli incubatori universitari. E se ancora non sei stanco, puoi andare a smanettare in uno dei mille spazi di coworking che ci sono in giro.

È questo gran vociare, questo perenne pulsare, che qualcuno chiama ecosistema.

I PDP (Professionisti della Polemica) vi diranno che a furia di andare a eventi e leggere Wired non rimane più tempo per lavorare. Ecco: sono degli snob.

È ovvio che vada trovato un equilibrio. Ma questi PDP non si rendono conto che per ogni persona in overdose da eventi, ci sono 10 ragazzi (o ragazze, o nonni, o non so cosa) che si sono avvicinati a questo mondo, sono entrati in questa Rete, e hanno conosciuto altri talenti.

E quindi, direte voi? È un meccanismo molto pratico: le persone in gamba si conoscono, si trovano, e fanno nascere i progetti prima, e le aziende poi.

Questo ecosistema, nel 2009, non c’era. Non per altro il pay off del Working Capital della prima ora, con un sapore da manuale di filosofia del Liceo, era “Materia per le idee”. Quasi un auspicio. Dare finalmente una mano concreta ai talenti e alle loro idee. Quelle sì che c’erano eccome già prima del 2009!

“Mano concreta” ha significato tante cose in questi 5 anni: infrastruttura Telecom Italia (server & cloud computing), mentorship e knowhow, soldi, spazio fisico dove lavorare, grant di ricerca. Per non parlare dell’evangelizzazione (vi ricordate il Tour dei Mille?) e degli eventi. E, appunto, dell’enorme community che si è creata.

La metrica di questa prima fase è il numero di pitch che arrivavano, e quindi il numero di progetti che partivano.

Poi, dal mio punto di vista, si è passati in una seconda fase. I talenti si erano trovati. Le idee pullulavano. I team iniziavano a lavorare e a fare bootstrapping. Era arrivato il momento: servivano i capitali da investire.

Inutile dire che, nonostante ci sia ancora tantissimo da lavorare, negli ultimi 2 anni da questo punto di vista si sono fatti passi da gigante. Oggi l’Italia ha un buon sistema del Venture Capital. Ancora microscopico. Ma c’è, e funziona. E questo 2014 è iniziato con il rafforzamento di alcuni nuovi player (P101, United Ventures, per citarne un paio).

In questa seconda fase Working Capital è diventato Accelerator.

La metrica di questa fase, in cui ancora ci troviamo, sono i funding: ogni settimana leggiamo e sentiamo, per fortuna, di startup che hanno trovato capitali per iniziare, continuare o accelerare la loro corsa.

Insomma: ha senso investire soldi veri e seri in startup digital italiane ed europee. Ormai questo è pacifico.

I PDP (Professionisti della Polemica) vi diranno “Mon dieu: ormai ogni Regione ha il suo programma per dare denaro a fondo perduto alle startup. Soldi pubblici, perdinci! Che scandalo!”. Ignorateli: sono gli stessi PDP che fino all’altro ieri si lamentavano del fatto che trovare soldi fosse impossibile. Regalate loro una copia di The Entrepreneurial State e augurate loro una buona notte.

La prossima grande sfida per l’ecosistema italiano delle startup, secondo me, è quella della prova del mercato, e della scala. Ed è anche per questo che ho scritto questo articolo. Quasi un augurio (incrociamo le dita!).

Vorrei che passassimo presto in un fase 3 in cui sempre più spesso, parlando delle startup italiane, le due metriche fossero: fatturati, ed exit.

I primi casi ci sono già.

Ve la dico meglio: le idee e i talenti c’erano. Le aziende sono nate. I funding sono arrivati. Ora è arrivato il momento di far crescere le startup (scala), farle fatturare sul serio (prova del mercato), e magari venderle. No?

That’s all folks. Buona fortuna a tutti (PDP inclusi)!

Marco De Rossi ha fondato Oilproject. È su Twitter.

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