Anagrafe, identità, fatturazione: i primi passi dell’Italia digitale

Ogni nostra richiesta, pagamento, pratica verso la pubblica amministrazione passerà da un unico imbuto, digitale. Non saremo più costretti a girare per diversi uffici con le carte in mano. Avremo un nuovo documento di identificazione e lo useremo su un unico canale di contatto con la Pa, di cui inoltre pagheremo tutti i servizi e le tasse in vari modi, digitali o fisici. È un futuro di semplicità ed efficienza quello che ci aspetta. Forse ne avevamo già avuto notizia negli anni scorsi, ma adesso, dopo tanti proclami, non è più solo teorico. È figlio infatti di una dichiarata e …

Anagrafe, identità, fatturazione: i primi passi dell’Italia digitale

Ogni nostra richiesta, pagamento, pratica verso la pubblica amministrazione passerà da un unico imbuto, digitale. Non saremo più costretti a girare per diversi uffici con le carte in mano. Avremo un nuovo documento di identificazione e lo useremo su un unico canale di contatto con la Pa, di cui inoltre pagheremo tutti i servizi e le tasse in vari modi, digitali o fisici.

È un futuro di semplicità ed efficienza quello che ci aspetta. Forse ne avevamo già avuto notizia negli anni scorsi, ma adesso, dopo tanti proclami, non è più solo teorico. È figlio infatti di una dichiarata e recente strategia governativa, partita solo a settembre. Un po’ in sordina, se non per gli addetti ai lavori.

Possiamo riassumere in questo modo le novità annunciate nei giorni scorsi dai due responsabili di questi temi presso la Presidenza del Consiglio: Agostino Ragosa e Francesco Caio. Tra l’altro, ne hanno parlato la scorsa settimana durante l’evento annuale di Between, a Capri, dedicato al digitale e alle telecomunicazioni.

In altre parole Caio – responsabile dell’Agenda digitale presso la Presidenza del Consiglio – con l’aiuto di Ragosa – direttore dell’Agenzia per l’Italia digitale – ha fissato quelle che chiama «le tre priorità per la rivoluzione del digitale in Italia». I capitoli aperti, per l’Agenda digitale italiana, sono decine, secondo i propositi scritti nelle norme. «Ma ho capito che bisognava fissare priorità. Perché tutte priorità significa nessuna priorità e non avremmo mosso un passo».

Caio sa bene che la situazione italiana è grave sotto vari fronti. L’ultima brutta notizia: questa settimana la classifica dell’Itu – Agenzia Onu per le tlc – retrocede di un posto l’Italia per sviluppo del digitale. Siamo 30esimi. È gravissimo per quello che è ancora un Paese dall’economia evoluta, nel G8. È gravissimo perché il digitale è motore di sviluppo economico-sociale, quindi di questo passo saremo 30esimi non solo nella tecnologia, ma in tutto. Saremo sottosviluppati, come e peggio degli attuali “Paesi in via di sviluppo”, che almeno hanno profili di forte crescita. Una condanna alla povertà economico-sociale: è questo che l’Italia sta rischiando, a ogni retrocessione nelle classifiche per diffusione delle tecnologie presso le aziende, cittadini e pubbliche amministrazioni. È come se, durante le precedenti fasi dell’industrializzazione, gli italiani avessero deciso di restare con i cavalli e il telaio invece di abbracciare le auto e le macchine. Non perché non potessero permetterseli, ma solo per incapacità di aggiornarsi.

Giova ripetere questi pericoli, perché forse non a tutti è grave l’enormità che stiamo rischiando come Paese. Ecco perché Caio ha deciso di andare all’attacco delle fondamenta del ritardo, con tre priorità ben precise (tra le tante cose che dovremmo già fare secondo il decreto Sviluppo bis di dicembre 2012): anagrafe nazionale della popolazione, identità digitale e fatturazione elettronica.

Consideriamoli il motore d’avviamento del digitale italiano. La scintilla con cui potremo davvero cambiare. L’identità digitale investe i cittadini, la fatturazione elettronica le imprese. L’anagrafe è necessaria per l’identità e altri servizi (come il fascicolo sanitario elettronico) ed è il vero grande banco di prova per il cloud della pubblica amministrazione.

Per i dettagli normativi ci sarebbe molto da dire, sia su anagrafe-identità sia su fatturazione elettronica. Qui basta ricordare che le novità scatteranno (se tutto va bene), nel corso del 2014. E che in sostanza l’anagrafe nazionale sarà il primo accentramento dei nostri dati anagrafici in un sistema unico (cloud), laddove ora sono sparsi tra varie Pa locali (frammentazione che crea errori, disservizi, ritardi ogni volta che ci rapportiamo con la Pa, burocrazia inutile…).

Senza anagrafe nazionale, non si può fare la rivoluzione digitale della PA, perché questa sarebbe cieca nella gestione dei vari servizi. O sarebbe come un libro senza indice: un grande caos. Caio definisce l’anagrafe nazionale appunto come un indice a cui agganciare i servizi. A partire da quelli dell’identità digitale con cui entrare su un sito della Pa, per esempio. Già avviene a Parma, con la sperimentazione della carta d’identità elettronica. A livello nazionale avremo un documento unificato fisico e un indirizzo digitale come strumenti che attestano la nostra identità. Non solo su servizi della Pa, ma in prospettiva anche di privati. Immaginiamo di attivare una sim con un pin o una mail certificata, associati alla nostra identità digitale. O di pagare in questo modo una multa (se vi associamo anche un borsellino elettronico), le tasse scolastiche. Insomma, un po’ come su un app store: un clic per fare servizi e pagamenti ora piuttosto complicati.

Ora si tratta di attuare questo piano nella pratica. Servono tante cose e prima di tutto le infrastrutture tecnologiche per la Pa. Ecco perché adesso Ragosa sta lavorando a creare 40-50 datacenter nazionali collegandosi ai quali, via cloud, tutte le Pa possono gestire i servizi digitali. Il piano è stato già annunciato mesi fa. La novità è che si è deciso anche in questo caso una strategia attuativa pratica, che faccia i conti con la realtà: lo Stato collaborerà con le Regioni, investendole del compito di realizzare i datacenter. I quali- altra novità- non saranno necessariamente pubblici perché potranno anche essere quelli di privati (purché rispondenti a certi standard e requisiti).

Alla fine ci ritroveremo con uno Stato che conosce davvero i dati fondamentali dei propri cittadini. Da qui si parte. Prima di costruire grandi castelli, tocca mettere a posto le lacune più macroscopiche. Se non riusciremo nemmeno in questo, il declino sarà inevitabile.

 Roma, 9 ottobre 2013

ALESSANDRO LONGO

Per questa notizia si ringrazia:

Che Futuro! » Agenda Digitale

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