#chewifi Guglielmo, come fare business col wifi

Gli innovatori li riconosci non solo da quell’idea giusta. Ma anche dalla loro capacità di difenderla e tirare dritto quando tutto intorno a loro sembra suggerire il contrario. È il caso del Wi-Fi pubblico ed è la storia della parmigiana Guglielmo, uno dei protagonisti italiani di questo mercato: gestisce una rete di 2.314 hot spot in Italia (più 9 mila nel mondo grazie ad accordi con altri operatori), ha 2 milioni e 171 mila utenti registrati, 15 dipendenti e un fatturato 2012 di 2 milioni di euro (con bilanci sempre in attivo ogni anno). Il suo business principale è fornire hot spot a esercenti, hotel, …

#chewifi Guglielmo, come fare business col wifi

Gli innovatori li riconosci non solo da quell’idea giusta. Ma anche dalla loro capacità di difenderla e tirare dritto quando tutto intorno a loro sembra suggerire il contrario.

È il caso del Wi-Fi pubblico ed è la storia della parmigiana Guglielmo, uno dei protagonisti italiani di questo mercato: gestisce una rete di 2.314 hot spot in Italia (più 9 mila nel mondo grazie ad accordi con altri operatori), ha 2 milioni e 171 mila utenti registrati, 15 dipendenti e un fatturato 2012 di 2 milioni di euro (con bilanci sempre in attivo ogni anno). Il suo business principale è fornire hot spot a esercenti, hotel, pubbliche amministrazioni. Gli hot spot sono messi sotto un’unica rete, a cui gli utenti accedono con un solo account.

«La società è nata nel 2004, ma pensavamo di fare questo passo già nei primi anni 2000, quando il Wi-Fi era totalmente deregolamentato. Poi è arrivato il decreto Pisanu, il WiMax, la banda larga mobile e per tante volte il Wi-Fi è stato dato per morto. Si sbagliavano…», dice Giovanni Guerri, uno dei fondatori. Le novità normative del decreto Fare pensate per sostenere l’accesso pubblico Wi-Fi confermano che l’attenzione- anche istituzionale- è viva come non mai.

Ma quella di Guglielmo è stata una scommessa contro vento (e contro buon senso?) fin dagli inizi. «Di aneddoti ne avrei mille da raccontare, ma quello che più ci rappresenta è che siamo partiti con i soldi delle nostre liquidazioni, circa 25 mila euro, senza clienti e senza alcun tipo di supporto né pubblico né privato. Il nostro lavoro fino ad allora era fare ponti radio per le reti di trasporto degli operatori». Il tutto perché qualche tempo prima Guerri aveva ricevuto una brochure di un operatore tedesco che voleva mettere il Wi-Fi nei porti. Un progetto mai partito, per altro. Ma i fondatori (tra cui Nicola Iotti e Marcello Riccò) hanno pensato: «bella idea, internet per tutti è il futuro e il Wi-Fi pubblico è la via maestra». L’altra intuizione riguarda il boom degli smartphone. Nel 2004-2005 usarli per il Wi-Fi era poco pratico (pochi modelli supportati, batteria che si esauriva in poco tempo…) e quindi era difficile prevedere che sarebbero diventati il principale fattore di crescita delle reti pubbliche.

Fin da subito l’Italia sembrava però dire un messaggio opposto, a quelli di Guglielmo: che non era pronta al Wi-Fi. Non lo era la cultura, non lo erano le istituzioni.

«Nel 2005 avevamo grande bisogno di estendere la rete Wi-Fi e decidemmo di regalare il servizio in un certo numero di hot spot per creare un po’ di movimento», racconta Guglielmo.

«Ci siamo dunque affidati ad un call center che, spiegata sommariamente la tecnologia, ci fissava gli appuntamenti negli esercenti. Un giorno siamo andati ad un Hotel di Desenzano per regalargli il Wi-Fi e lui ci disse “ma no, in realtà non ci interessa neanche gratis, tanto internet in camera non lo chiede quasi nessuno». «La vera domanda, oggi, è come abbiamo potuto pensare di continuare».

Già. E non si era ancora messo di mezzo il decreto Pisanu (del 2005), che obbligava i gestori Wi-Fi a identificare in modo certo gli utenti (all’inizio persino tramite documento d’identità da mostrare per avere la password d’accesso).

«Fu un dramma per molti operatori Wi-Fi, ma abbiamo sviluppato un codice per consentire l’identificazione in modo semplice e sostenibile».

Adesso è diventato comune, tra i gestori Wi-Fi, identificare gli utenti tramite numero di cellulare (sebbene non sia più obbligatorio).

«Quando è arrivato il WiMax, tutti a dire che avrebbe ucciso il Wi-Fi, essendone l’evoluzione. Persino Grillo ne decantava le virtù, nei suoi spettacoli. Poi si è capito che il WiMax ha altri utilizzi».

Ultima possibile causa della morte del Wi-Fi: il boom delle reti internet mobili, prima Umts e ora Lte, sempre più veloci ed economiche. «Ma si è già capito che Wi-Fi e reti mobili convivranno, perché queste ultime tendono a saturarsi in certe situazioni, soprattutto in luoghi come centri congressi, stadi, aeroporti. Cresce la loro banda, è vero, grazie a nuove tecnologie come l’Lte, ma di pari passo cresce il numero di utenti e la pesantezza delle applicazioni utilizzate».

Di qui l’ultima idea di Guglielmo: l’applicazione BabelTEN che, con un algoritmo brevettato, gestisce l’offload del traffico mobile su Wi-Fi. Significa che l’utente passa, senza accorgersene, dalla rete mobile a un hot spot Wi-Fi vicino per la navigazione internet. Il Wi-Fi dà insomma una mano alla banda larga mobile, per alleggerirne il carico di traffico. E che questo sia il futuro lo conferma anche il fatto che i creatori dello standard Lte abbiano voluto integrarvi il supporto alle funzioni offload Wi-Fi. Come a dire che anche chi ha lavorato alle basi della tecnologia Lte l’ha pensata legata a doppio filo con il Wi-Fi.

E Guglielmo ne sta traendo una nuova fonte di ricavi: «stiamo portando la nostra tecnologia all’estero. Da luglio l’operatore francese Travelsim venderà sim per l’accesso fonia/dati in Europa. I cellulari dotati di queste sim potranno accedere al Wi-Fi di decine di operatori in Europa in modo invisibile all’utente. L’operatore userà il nostro algoritmo per la gestione dell’accesso. E per questo ci paga, naturalmente».

Guglielmo ora guarda naturalmente alla crescita del Wi-Fi italiano e «un’iniziativa come l’open data del Wi-Fi, di Chefuturo, potrà servire allo scopo. Sapere dove c’è una rete, meglio se gratuita, aiuta la diffusione della tecnologia». «La mappatura degli hot spot è quindi una cosa sempre utile». «C’è da considerare, però, nella mappa che gli hot spot non sono tutti uguali e dunque le policy di accesso non sono mai omogenee (a prescindere dal tema dell’autenticazione)», avverte Guerri.

Roma, 2 luglio 2013

ALESSANDRO LONGO

Per questo post si ringrazia:

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