Facciamo l’opendata del wifi italiano: ci aiutate?

Chi mi conosce da qualche tempo lo sa: il wifi è una mia fissazione. Quando in Italia erano ancora in vigore le norme della decreto Pisanu che lo rendevano quasi impossibile, ero fra quelli che provavano a spiegare ai politici l’ottusità di quelle previsioni e il danno che facevano alla diffusione della rete. Eravamo tanti e non ci siamo fermati finché un giorno finalmente quelle norme, che ogni anno prima di Capodanno venivano automaticamente reiterate, vennero lasciate decadere e quel giorno festeggiammo a modo nostro. Così. In una grande piazza di Milano, grazie al giornale che dirigevo, aprimmo al …

Facciamo l’opendata del wifi italiano: ci aiutate?

Chi mi conosce da qualche tempo lo sa: il wifi è una mia fissazione. Quando in Italia erano ancora in vigore le norme della decreto Pisanu che lo rendevano quasi impossibile, ero fra quelli che provavano a spiegare ai politici l’ottusità di quelle previsioni e il danno che facevano alla diffusione della rete. Eravamo tanti e non ci siamo fermati finché un giorno finalmente quelle norme, che ogni anno prima di Capodanno venivano automaticamente reiterate, vennero lasciate decadere e quel giorno festeggiammo a modo nostro. Così. In una grande piazza di Milano, grazie al giornale che dirigevo, aprimmo al pubblico un hotspot gratuito e qualcuno la chiamò “piazza Wired” coprendo il nome di un famoso generale: in rete c’è ancora un video scanzonato di quel gesto beffardo. Fu una cosa facile ed economica. Così facile e così economica che decidemmo di fare lo stesso in altre 150 piazze d’Italia: il nostro omaggio ai 150 anni dell’unità d’Italia. Arrivarono oltre 500 domande di sindaci che ci chiedevano di fare una cosa in fondo banale: accendere un hotspot di poche decine di euro collegandolo alla linea Internet. Quelle domande erano assieme un segno della loro ignoranza digitale (non avevano bisogno di noi per una cosa così semplice) ma anche della loro voglia di futuro. Erano due segnali altrettanto importanti e meritavano una risposta seria. Ricordo ancora con affetto e gratitudine il giro d’Italia che Micaela Calabresi si fece su una Citroen offerta da un gentile sponsor per consegnare i dispositivi che una ditta di Roma, la Unidata di Renato Brunetti, ci aveva donato. Fu un gran bel tour che ci diceva, già allora, che l’innovazione in Italia stava crescendo là dove può crescere senza permesso: dal basso.

Sono passati due anni e il wifi in Italia è cresciuto parecchio: tantissime città non hanno più solo un hotspot simbolico, ma vere reti che coprono l’intero centro storico; negli alberghi è diventato un servizio indispensabile, anche se a prezzi ancora spesso esorbitanti; mentre molti bar lo offrono se ti prendi un caffé, come a Starbucks. In questo contesto finalmente piuttosto libero il governo ha appena annunciato “la liberalizzazione del wifi”: deve essere una cosa meravigliosa anche se non si capisce bene cosa voglia dire, e chi ha letto il dispositivo del “decreto del fare” invita alla cautela soprattutto in vista della conversione in legge. Ma a prescindere da questo intervento dell’esecutivo, il wifi in Italia volendo è già libero come dimostra il caso della regione Piemonte che ha recentemente approvato una legge ad hoc che elimina ogni autenticazione tanto nessuno di noi è davvero anonimo quando naviga.

Dove voglio arrivare? Alla app di Chefuturo!. Sarà pronta fra qualche settimana e avrà naturalmente i contenuti di questo blog rimodulati per leggerli in mobilità. Questo era il minimo. Per questo non ci siamo fermati. La app avrà il wifi: ovvero un elenco degli hotspot disponibili più vicini. Ecco, è questo il punto. Vorremmo usare la app per mappare lo stato del wifi in Italia: raccogliere quanti più hotspot possibili. Con due obiettivi: fornire un servizio essenziale a chi usa la nostra applicazione in mobilità; ma soprattutto creare una fotografia reale e aggiornata dello stato del wifi per favorire integrazioni, federazioni, alleanze, in modo che il servizio sia sempre migliore e che si possa navigare da un hotspot all’altro senza scollegarsi e che si possano usare le proprie credenziali in città diverse. Ma c’è un altro aspetto che ci interessa sottolineare. Sarà un database aperto a tutti, perché è giusto così: faremo open data del wifi in modo che poi chiunque con i dati che raccoglieremo possa farci sopra una app se lo vorrà, perché anche questo serve a far crescere l’ecosistema dell’innovazione: le app civiche sono servizi, creano mercati, producono valore, diffondono cultura.

Sono tanti i progetti già in corso sul wifi e noi non abbiamo preferenze. Proveremo a mapparli e raccontarli tutti, convinti come siamo che lo storytelling sia il primo passo dello storymaking. Ma fra i tanti siamo partiti da un progetto che ci sembra particolarmente meritevole: si chiama WiMan, è una startup di due ragazzi pugliesi oggi a Bologna, che hanno ideato un sistema che consente di navigare con le credenziali di Facebook: è facile, è economico, è sicuro e in più consente ai titolari di esercizi commerciali che offrono il wifi di costruire del valore su chi usa la propria rete.

Insomma oggi partiamo ufficialmente per contribuire a fare una cosa che avevamo in mente da tempo: costruire l’open data del wifi italiano. Potete segnalarci i vostri hotspot sulla pagina Facebook di Chefuturo!, noi qui sul blog racconteremo le storie che ci sono dietro. Sono sempre storie di persone e sono storie belle, vedrete, di passione autentica. Fra qualche giorno rilasceremo la prima versione della app. A proposito: se qualcuno volesse aiutarci a testarla in anteprima può candidarsi sempre qui. Siete pronti a dire con noi Che wifi!?

Per questa notizia ringraziamo:

Che Futuro! » Agenda Digitale

e vi invitiamo a continuare la lettura su:

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