Il destino di Telecom, Rangone: «Scorporo e intervento dello Stato»

Il futuro dell’Italia è a rischio, su fronte dell’innovazione e quindi della crescita economica, occupazionale, sociale? E se lo è, che possiamo fare ancora per evitare il peggio? Sono queste le due domande che adesso esperti e addetti ai lavori si pongono dopo l’ascesa di Telefonica in Telecom Italia. Diciamo subito che alla prima domanda una risposta certa ancora non c’è. Ci sono dubbi, anche inquietanti, quelli sì. E quanto al secondo punto, l’Italia potrebbe fare ancora molto, per mantenere sotto il controllo nazionale i cardini essenziali dell’innovazione detenuti in Telecom. Ma visto che finora non si è mossa, attraverso …

Il destino di Telecom, Rangone: «Scorporo e intervento dello Stato»

Il futuro dell’Italia è a rischio, su fronte dell’innovazione e quindi della crescita economica, occupazionale, sociale? E se lo è, che possiamo fare ancora per evitare il peggio? Sono queste le due domande che adesso esperti e addetti ai lavori si pongono dopo l’ascesa di Telefonica in Telecom Italia. Diciamo subito che alla prima domanda una risposta certa ancora non c’è. Ci sono dubbi, anche inquietanti, quelli sì. E quanto al secondo punto, l’Italia potrebbe fare ancora molto, per mantenere sotto il controllo nazionale i cardini essenziali dell’innovazione detenuti in Telecom. Ma visto che finora non si è mossa, attraverso almeno due Governi durante i quali già si capiva che Telecom non poteva più andare avanti così, forse è troppo tardi per sperare. Chissà.

Una via obbligata

Per prima cosa tocca fare un’iniezione di realismo e capire che «questo è l’epilogo scontato di una storia ventennale, in cui Telecom ha perso capacità di essere un operatore al pari di Telefonica», ci spiega Andrea Rangone, a capo degli Osservatori ICT del Politecnico di Milano e tra i più attenti analisti di questo settore. «In questa fase, tutti gli operatori che hanno interessi in Europa diventeranno predatori o prede. È inevitabile perché i margini e i ricavi calano per tutti (anche per Telefonica, ndr) e quindi solo con migliori economie di scala si riesce a stare in piedi», aggiunge. «Ma il problema è che Telecom da tempo non si poteva più porre come compratore. E allora il suo destino era quello da preda».

Sarebbe troppo lungo dettagliare perché Telecom non poteva essere compratore in questa arena. È una storia ventennale, appunto. Come sintesi ricordiamo il mix di tre fattori: i debiti accumulati da precedenti proprietari, la governance societaria instabile («Telco – la scatola che controlla Telecom – non poteva che essere una soluzione temporanea», ricorda Rangone) e la perdita progressiva di presenza internazionale. I debiti di per sé non avrebbero condannato Telecom a questo destino da preda. Telefonica ha un rapporto debito netto/ebitda peggiore. «Ma ha una presenza internazionale notevole (in 22 Paesi, contro i tre italiani), che le dà buone prospettive di crescita. Non lo stesso si può dire di Telecom, presente in Italia, Brasile e Argentina», dice Cristoforo Morandini, dell’osservatorio Between.

Telecom ha ridotto la propria presenza internazionale ai tempi di Tronchetti Provera, la precedente proprietà. Eravamo in Francia, Germania, Grecia, Venezuela. Aveva persino una quota in un operatore indiano. Le dismissioni sono servite a tenere sotto controllo l’indebitamento; forse erano anche queste una strada obbligata (se è così, il peccato originale sono davvero i debiti accumulati con le precedenti scalate a Telecom dalla nostra imprenditoria). Forse sono stati fatti anche errori, come dice Franco Bernabè, attuale presidente della società, all’indirizzo di Tronchetti Provera.

Le strade percorribili per l’interesse del Paese

Fatto sta che ci troviamo in questa situazione. «L’intervento pesante dello Stato, con fondi pubblici, nella società non avrebbe cambiato le cose. La Storia ci dimostra che non si risolvono con la mano pubblica problemi ventennali», dice ancora Rangone. «Visto quindi che era un esito inevitabile finire acquisiti, bisogna chiedersi due cose: Telefonica è un acquirente peggiore di altri? Che altro può fare l’Italia a tutela degli interessi del Paese?».

Le alternative a Telefonica, sul tavolo negli scorsi mesi, erano numerose: H3G, America Movil, Orascom (che prima possedeva Wind), l’americana AT&T. «Telefonica almeno è un soggetto europeo, con una cultura aziendale simile a quella italiana e con grandi capacità di crescita internazionale», commenta il professore.

Il problema principale, tra quelli concreti, è la sovrapposizione Telefonica-Telecom in Brasile, dove controllano due operatori mobili concorrenti. Telefonica è interessata che Telecom venda Tim Brazil e comunque potrebbe esserne costretta dall’antitrust. Si vedrà, ma una Telecom senza Tim Brazil perderebbe la principale fonte di crescita e quindi la capacità di investire in rete e innovazione nel lungo periodo. Sarebbe la condanna del sistema innovativo italiano.

Meno facile da inquadrare un secondo pericolo: che Telecom riduca gli investimenti utili al Paese solo per il fatto di essere controllata da un soggetto straniero. È possibile che venga meno il suo ruolo istituzionale, che porta l’azienda a investire nell’interesse prospettico dell’Italia a prescindere da uno sguardo ai profitti del breve periodo. D’altra parte però il consolidamento potrebbe portare maggiore stabilità e quindi più investimenti. Va detto tuttavia che il fronte liquidità è tutt’altro che risolto dall’ascesa di Telefonica e infatti Bernabè ricorda che il debito va ancora ristrutturato. «In queste condizioni esiste un concreto rischio di downgrade del debito di Telecom Italia, con inevitabili riflessi negativi sulla capacità di investimento nel medio termine», ha detto il 25 settembre, a un giorno quindi dall’ufficializzazione dell’affare Telefonica.

«Di certo se il sistema Italia fosse stato davvero così preoccupato del futuro di Telecom Italia come lo è stato in questi ultimi due giorni forse sarebbe stato possibile un intervento più strutturale», ha aggiunto il manager. Lo stesso Bernabè insomma allude a una possibilità di intervento “strutturale”, che significa tante cose: l’ingresso di altri soci italiani, un aumento di capitale di quelli esistenti (laddove invece le tre banche azioniste di Telco hanno fatto di tutto per defilarsi, abbandonando Telecom a un destino meno italiano). Ma significa anche un intervento di fondi pubblici e/o comunque un certo ruolo da parte dello Stato.

Nei mesi scorsi si è parlato a lungo della possibilità che Cassa depositi e prestiti (società del Tesoro, che gestisce i risparmi postali di privati) entrasse nell’azienda, ma ancora di recente si è tirata indietro. Tutto il Parlamento (Pd, Pdl, Scelta Civica, M5S) hanno chiesto al governo di intervenire, ma il presidente Enrico Letta ha già detto di volerne stare fuori: «Guardiamo, valutiamo, vigileremo sul fronte occupazionale, ma bisogna ricordare che Telecom è una società privata e siamo in un mercato europeo».

Se mettiamo insieme tutti questi tasselli, che cosa resta? Una via soltanto: «Non intervenire sulla proprietà di Telecom, ma scorporare la rete. E magari – qui sì – lo Stato potrebbe fare un ingresso, nella società scorporata», sostiene Rangone. In questo modo l’Italia potrebbe controllare e quindi tutelare, per gli interessi del Paese, il bene cruciale per l’innovazione: la rete attuale e il suo sviluppo futuro con la fibra. Sembra la sola via, obbligata. Ma lo scorporo è «un’operazione complicata e lunga», ha detto ancora il 25 settembre Bernabè. E adesso forse sarà più difficile ancora, se aumenterà il peso decisionale di Telefonica.

Il Governo potrebbe esercitare un “golden power”, grazie a un decreto legge 2012 di Monti, il quale “dà al Governo potere di intervento per tutelare gli interessi legittimi, essenziali e strategici del Paese”. Non è chiaro come potrebbe esercitare questo potere, ma certo sarebbe un peso in più nella tutela degli interessi strategici del Paese nei confronti del futuro della rete. È una situazione incerta anche perché manca ancora il regolamento attuativo, per le tlc, relativo a quel decreto. Il Governo ha dimostrato scarso interesse su questo aspetto, lasciando il testo in stand by a Palazzo Chigi.

D’altro canto però il viceministro allo Sviluppo Economico Antonio Catricalà spinge per uno scorporo. Allora in questa fase è importante trovare un consenso politico unitario per la scelta di un ruolo che l’Italia potrebbe svolgere in tutta la vicenda. Un ruolo di tutela degli interessi del Paese, che passano molto da un’infrastruttura strategica qual è la rete.

Roma, 27 settembre 2013

ALESSANDRO LONGO

Per questo post ringraziamo:

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