Il TECH renderà possibile un nuovo Rinascimento del “Made in Italy” nei prossimi anni?

Una delle espressioni ricorrenti nei media e che desta forte preoccupazione tra politici, sociologi, ma anche gente comune, è “fuga dei cervelli”, per indicare tutti quei talenti nostrani che per vedere riconosciuta la propria professionalità, o semplicemente per trovare un lavoro dignitoso, sono costretti ad espatriare in altri Paesi Europei o addirittura oltreoceano. Ma l’Italia, con la sua cultura millenaria e con un “Made in Italy” che fa invidia al mondo intero, è davvero una terra da cui si può, o si deve, solamente fuggire? Nel coworking della casa dell’innovazione capitolina di Working Capital lo scorso…

Il TECH renderà possibile un nuovo Rinascimento del “Made in Italy” nei prossimi anni?

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Una delle espressioni ricorrenti nei media e che desta forte preoccupazione tra politici, sociologi, ma anche gente comune, è “fuga dei cervelli”, per indicare tutti quei talenti nostrani che per vedere riconosciuta la propria professionalità, o semplicemente per trovare un lavoro dignitoso, sono costretti ad espatriare in altri Paesi Europei o addirittura oltreoceano.

Ma l’Italia, con la sua cultura millenaria e con un “Made in Italy” che fa invidia al mondo intero, è davvero una terra da cui si può, o si deve, solamente fuggire?

Nel coworking della casa dell’innovazione capitolina di Working Capital lo scorso mese c’era un ospite “particolare”: Zaven Demerjian, il quale ha lasciato la California, dove era imprenditore ed investore, per trasferirsi in Italia, convinto che la nostra terra, forte della sua storia che la rende unica al mondo, sia ancora ricca di potenzialità da valorizzare.

Questa la sua testimonianza:

“La crisi delle esportazioni dei beni prodotti in Italia durante l’ultima decade ha inevitabilmente colpito il valore intrinseco del brand “Made in Italy”. Le aziende italiane progettano i loro prodotti sul suolo italiano esternalizzando in modo crescente la loro produzione in quei Paesi che offrono costi di produzione più competitivi. Tuttavia una speranza c’è, ed è fortemente legata alla digital economy ed alla crescita intensa della internet culture in Italia.

L’Italia ha l’opportunità di creare nuovi canali di reddito, sviluppare nuove alleanze, plasmare nuove opportunità di crescita economica, dare vita a nuovi posti di lavoro e rendere il contesto Paese attrattivo per gli investimenti esteri sulla base dell’eredità millenaria della sua cultura estetica. Strumenti di marketing come il termine “Designed in italy” sono saltati fuori sulle etichette per trasmettere il “brio” dell’estetica italiana per quei beni prodotti all’ estero ma ancora ispirati, ideati e disegnati in questo Paese.

Sono tentativi di marketing per cercare di conservare il valore intrinseco legato al posto in cui il prodotto è stato pensato. Tuttavia questo genere di campagne sta anche diluendo il brand “Made in Italy”, aumentando la confusione presso i consumatori.

Piuttosto che creare nuovi termini sarebbe più semplice lavorare sulla ridefinizione di un brand di cui si parla da diversi decenni.

Attualmente siamo testimoni del riemergere di interesse nei confronti del design e della produzione di beni, sia fisici che digitali in vari settori. Questa produzione è resa più semplice dalle nuove tecnologie che permettono di implementare le innovazioni.

Stampanti in 3D, cloud storage, scanner in 3D, e i nuovi linguaggi di programmazione sono alcuni esempi di tecnologie che facilitano prototipazione veloce e sviluppo di nuovi prodotti.

Se cambiano i metodi attraverso i quali i prototipi e il loro design vengono creati, c’è bisogno di ripensare gli strumenti di tutela dei diritti di proprietà intellettuale attualmente disponibili per depositarli, brevettarli e condividerli. Io credo che la chiave per la crescita duratura e per il successo del brand “Made in Italy” sia nella gestione dei diritti dei beni digital.

Allo stesso modi in cui siamo passati dall’età industriale a quella digitale è importante far evolvere le nostre definizioni antiquate che scaturiscono dal passato.

Il concetto di “Make” nella digital age non è più soltanto un sinonimo di prodotti fisici.

La definizione di Google (la fonte di riferimento De facto sulla base del volume di ricerche condotte online) di “make” è sviluppare mettendo insieme le parti e creando. All’interno di questa cornice descrittiva si può discutere se la versione digital di un oggetto, sia che sia depositato nel cloud per consentire il downloading della sua versione fisica attraverso la stampa in 3D, sia che sia spedito a un produttore all’estero per la produzione intesa tradizionalmente, sia ancora fatta o “made” della stessa materia del suo corrispettivo fisico. Le materie prime del ventunesimo secolo sono digital ed io penso che l’Italia sia pronta a modernizzare le linee guida del suo “Made in Italy” per definire nuovi tipi di prodotti all’interno del suo ombrello di sensibilità estetica, celebrando gli oltre 2000 anni di patrimonio nella progettazione di questa terra”.

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