Lean Startup: paradigma, potenzialità, limiti

Eric Ries ha delineato la sua teoria della “Lean Startup” a partire dal 2008, nel 2011 ha scritto un libro con lo stesso titolo che ha formalizzato le sue intuizioni e ha avuto un ottimo successo. Ries è stato cofondatore del social network IMVU e poi advisor e investitore in molte startup digital, ha un blog molto seguito che si chiama Startup Lessons Learned. Nella teoria della “Lean startup” c’è un debito, riconosciuto, verso Steve Blank (di cui abbiamo parlato qui) e quello che lui ha chiamato “customer development”. Blank ha investito in IMVU e ha avuto Ries…

Lean Startup: paradigma, potenzialità, limiti

Lean startup

Eric Ries ha delineato la sua teoria della “Lean Startup” a partire dal 2008, nel 2011 ha scritto un libro con lo stesso titolo che ha formalizzato le sue intuizioni e ha avuto un ottimo successo. Ries è stato cofondatore del social network IMVU e poi advisor e investitore in molte startup digital, ha un blog molto seguito che si chiama Startup Lessons Learned.

Nella teoria della “Lean startup” c’è un debito, riconosciuto, verso Steve Blank (di cui abbiamo parlato qui) e quello che lui ha chiamato “customer development”. Blank ha investito in IMVU e ha avuto Ries come studente a Berkeley.

La teoria

Lean vuol dire snello, ma soprattutto evoca il “lean manufacturing” reso famoso da Toyota, ovvero la riduzione sistematica degli sprechi nella produzione, di qualunque spesa che non crei valore per il cliente.

Il parallelo, anche se non proprio immediato, starebbe nella capacità di una “lean startup” di cambiare e migliorarsi per tempo, evitando sprechi di tempo e capitale.

Il ragionamento parte dalla realizzazione che la maggior parte delle startup falliscono (il 75% secondo una ricerca della Harvard Business School); la maggior parte dei nuovi prodotti non hanno successo.

Quello che sostiene Ries è che il successo non è la conseguenza del trovarsi al posto giusto nel momento giusto, o almeno non solo. Il successo è frutto di un processo e questo processo può essere insegnato e appreso.

Alla base della “lean startup” ci sono una serie di ipotesi su cui impostare il business model.

L’idea è poi quella di far prevalere la sperimentazione rispetto alla pianificazione, il feedback degli utenti sull’intuizione, le iterazioni incrementali del prodotto rispetto alle grandi (e rischiose) rivoluzioni.

Il processo insomma è quanto di più simile possibile ad un avanzamento scientifico alla ricerca di ipotesi (qui pezzi del modello di business) da falsificare e sostituire con altre più aderenti alla realtà.

Per portare avanti il processo si useranno rapide (ed economiche) variazioni nel prodotto da sottoporre ai clienti e test A/B con i quali ottenere informazioni sulle reazioni degli utenti alle modifiche.

Ries chiama “pivot” il cambio di direzione che si fa per testare una nuova ipotesi.

Lean Startup oggi

Oggi “Lean Startup” però è molto di più di questo framework attraverso il quale guardare lo sviluppo di nuove idee di business.

“Lean Startup” è un marchio registrato di proprietà di Eric Ries ed è usato per organizzare conferenze in tutto il mondo. E’ anche un movimento con eventi, meetup in centinaia di città, una community online. E’ una collana di libri. Ha fatto di Ries un advisor e conferenziere richiestissimo.

Alcuni limiti

Insomma, di strada la Lean startup ne ha fatta tanta e in poco tempo.

Certamente la mancanza di un approccio dedicato alle startup era un vuoto grande e un po’ di formalizzazione unita ad intuizioni non banali è servita molto e a molti.

Però, ovviamente, anche le critiche non sono poche.

La più solida, a mio avviso, è quella all’applicazione generalizzata e trasversale della teoria della “lean startup” un po’ a qualunque cosa abbia una partita Iva. Se si può attagliare bene ad alcune startup in ambito web 2.0 di certo sembra troppo ambizioso ragionare alla stessa maniera per società di diverso tipo, per società manifatturiere, per aziende mature e consolidate…

Certo, alcuni principi, in alcuni casi, vanno benissimo (il caso del gigante General Electric è interessante) ma si sconfina nel puro empirismo.

Steve Blank con una battuta efficace scrive che “nessuno a parte l’Unione Sovietica e i Venture Capital richiede dei piani quinquennali per stimare cose non stimabili”. Anche ritenendo auspicabile che questo cambi, almeno in certe circostanze, ad oggi è così e presentarsi ad un VC con idee vaghe e molta voglia di fare errori e imparare non è probabilmente la migliore delle strategie per essere finanziati, e di questo bisogna tenere conto.

Poi ci sono le idee che richiedono investimenti di capitale ma anche di tempo, di logistica, di persone e non possono fare a meno di rischiare grosso e lavorare a lungo in “stealth mode” prima del lancio di un prodotto. Questa e altre osservazioni sono state fatte, tra gli altri, da Marc Andreessen, che pure apprezza le “lean startup”.

Il fascino della “lean startup” sta molto nel suo approccio “scientifico” di prove ed errori che riesce a renderla credibile e, ad un’osservazione superficiale, inattaccabile. Il punto è che forse un approccio “scientifico” non è abbastanza per inquadrare qualcosa che è decisamente complesso e multiforme: un’impresa.

In ogni caso oggi “lean startup” è un paradigma imprescindibile per chiunque voglia ragionare di startup e ha l’indubbio merito di aver portato alla discussione tonnellate di buon senso e realismo.

Qui e qui trovate due belle presentazioni di Drew Houston, Ceo di Dropbox, che raccontano la sua esperienza (a tratti inconsapevole) con la “lean startup”.

Federico Invernizzi è su Twitter.

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