L’intervista a Linda Serra, rappresentante delle Women in Technology italiane in USA

Lo scorso giugno Linda Serra è volata negli States per prendere parte, in qualità di donna leader, all’International Visitors Leadership Program organizzato dal Dipartimento di Stato Americano. In questa intervista ci racconta la sua avventura e cosa ha imparato. Linda, innanzitutto, parlaci di te. Ho 38 anni, vivo a Bologna e  lavoro in un’ agenzia di comunicazione come Digital strategist. Nel tempo libero coordino con  orgoglio Girl Geek Dinners Bologna, un’ associazione no profit che mira a diffondere Internet e la cultura digitale come principali mezzi di emancipazione professionale e personale per le donne. Ci parli del programma cui hai partecipato…

L’intervista a Linda Serra, rappresentante delle Women in Technology italiane in USA

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Lo scorso giugno Linda Serra è volata negli States per prendere parte, in qualità di donna leader, all’International Visitors Leadership Program organizzato dal Dipartimento di Stato Americano.

In questa intervista ci racconta la sua avventura e cosa ha imparato.

Linda, innanzitutto, parlaci di te.

Ho 38 anni, vivo a Bologna e  lavoro in un’ agenzia di comunicazione come Digital strategist.

Nel tempo libero coordino con  orgoglio Girl Geek Dinners Bologna, un’ associazione no profit che mira a diffondere Internet e la cultura digitale come principali mezzi di emancipazione professionale e personale per le donne.

Ci parli del programma cui hai partecipato negli Stati Uniti?

I.V.L.P è un programma del dipartimento di Stato americano attivo dal 1948 che mira a reclutare  persone leader nel proprio settore professionale per ospitarle negli Stati Uniti  al fine di creare dei rapporti internazionali di scambio culturale. Gli States cercano, così, di creare nuove opportunità di contatto e cooperazione fra Paesi diversi  mirando ad una adeguata comprensione del sistema americano nei differenti settori. In particolare il programma Women in technology al quale ho partecipato  era composto da 12 donne provenienti da differenti paesi del mondo ritenute leader nel proprio paese nel settore Women in Technology.

Hai partecipato a questo programma insieme a donne provenienti da tutto il mondo; quali sono le differenze principali che hai notato fra te, donna italiana, e le altre donne che facevano parte del tuo gruppo?

Ammetto che mi hanno colpito non tanto le differenze quanto le affinità.

Quello che mi ha fatto sentire parte del gruppo è stato scoprire che in ciascun Paese  rappresentato i punti di vista, i racconti circa il problema dell’inclusione di genere all’interno di settori fortemente maschili, quali le nuove tecnologie, sono i medesimi. E’ stato stupefacente ascoltare i racconti provenienti dal’altro emisfero ed avere la sensazione di auto-ascoltarsi  dall’esterno. Questo ci ha legato molto e mi ha fatto sentire davvero “Proud to be a geek girl”.

Rispetto agli Stati Uniti quali sono le differenze fondamentali nel campo Women in Techonology che hai potuto notare?

Sicuramente quello che colpisce è l’organizzazione delle donne in America.

indipendentemente dalle nuove tecnologie la differenza fondamentale è che le donne negli USA sono una vera e propria lobby. Sono organizzate, sono forti,  sono unite e portano avanti interessi comuni. Rispetto alle nuove tecnologie anche in America si avverte il problema della differenza di genere e  dell’inclusione digitale femminile;  però i programmi  di alfabetizzazione e inclusione sono molto più numerosi e più avanzati.

Le ragazze hanno l’opportunità di avvicinarsi alle nuove tecnologie e di accedere ai programmi di Orientering Mentoring  già dalle scuole elementari. Ci sono master class dedicate alla sensibilizzazione digitale delle ragazze già nei  primi anni di scuola: questo è molto importante perché consente una scelta consapevole di un percorso professionale che va di pari passo con la crescita personale delle ragazze.

Tutto questo mi ha fatto riflettere sulla necessità che c’è nel nostro paese di attivare programmi scientifici nelle scuole  elementari e medie. E’importante stimolare nelle ragazze la curiosità a coltivare l’inclinazione alle materie scientifiche. Poter  accedere ad un programma di orientamento costante ci rende più consapevoli e quindi più sicure e più avvezze ad ottenere risultati migliori.

Ad un certo punto del tuo viaggio sei stata in Silicon Valley ed hai  avuto modo di trovarti all’interno di quel mondo tanto agognato da  start-upper di casa nostra: ci racconti un po’ le tue impressioni?

In realtà sono stata immersa nel mondo delle start-up americane dell’inizio del mio viaggio fino alla fine. In America le start-up sono ovunque, anche dove non te l’aspetteresti.

Per  esempio il Texas,  uno gli Stati più conservatori degli Stati Uniti,  è pieno di startup e cerca di fare le scarpe alla Silicon Valley offrendo soluzioni agevolate per i giovani imprenditori.

In Silicon Valley la prima impressione che ho avuto è stata di essere arrivata alla Mecca:è tutto lì, tutto quello che hai letto e che hai sognato. La seconda impressione che hai é che in Silicon Valley sono tutti lì per lo stesso motivo: creare the Next Big Thing . Ogni persona che incontri ha la  sua storia da raccontare, quella della sua startup,  del suo progetto, di quello che vuole fare e che sta facendo. La gente ti studia, vuole sapere perché sei lì e cosa stai facendo:chiunque incontri può essere un incontro importante, quindi devi avere sempre a portata di mano i tuoi contatti, i tuoi biglietti da visita. Ogni persona che incontri potrebbe essere una persona che ti apre nuove possibilità o ti cambia  la visione delle cose. E’ divertente…non sei mai solo!

La più grossa differenza fra Italia è l’America in termini di imprenditoria e di start-up?

L’accessibilità alle opportunità. In America se hai un’idea, ci credi, la puoi portare avanti. Hai la possibilità di realizzare la tua startup perché hai possibilità di accesso a tantissimi programmi studiati proprio per sostenere il tuo percorso imprenditoriale.

In Italia invece è sempre un terno al lotto, mi spiego: da noi c’è questo mood per cui devi avere la fortuna che qualcuno si innamori della tua idea e ci creda quanto te e magari decida di investirci dei soldi. Questo è sicuramente una forte barriera per i giovani imprenditori, però una cosa che ho imparato negli States è: “Be Brave!”. Lo spirito americano è quello che poi parte dai famosi  Garage di Cupertino e dalla filosofia della Garage Band tipica del sogno americano.  Quello che è importante è  partire investendo  su se stessi con i mezzi  che si possiedono. Creare un buon team e iniziare a costruire il proprio sogno, senza aspettare l’investitore o aspettarsi di diventare il Nuovo Zuckerberg.

Quindi se dovessi dare dei consigli a delle donne o comunque a delle persone che vogliono iniziare un’avventura di start-up cosa diresti?

Premetto che io non sono un’esperta di startup. Il mio consiglio è: Parlate sempre dell’idea, parlatene con più persone possibile, cercate feedback di continuo. Parlate anche con persone da cui pensate di poter imparare qualcosa;  ma anche con persone da cui pensate di non avere  nulla da imparare. Ogni feedback è importante. Chiunque esprime  un’opinione, anche banale, vi sta dando un   un punto di  vista esterno. La vostra idea prenderà forma anche  attraverso le impressioni che rilasciano gli altri in proposito.

Pensate in grande ma agite in concreto. Puntate banalmente a minima  spesa massima resa. La vostra idea deve essere qualcosa che non vi fa dormire la notte,  la vostra Big Thing , ma cercate di ottimizzare il progetto in modo che sia alla vostra portata. Cercare di realizzare il vostro progetto in maniera sostenibile: in modo che sia un progetto che possiate portare avanti che possiate lanciare senza dover essere ostaggio di dell’investitore di turno oppure del finanziamento che non arriva.

Costruite un progetto  modulare:  cercate di organizzare il vostro progetto imprenditoriale In modo da riuscire a partire con un primo modulo basico. Lanciate la vostra idea sul  mercato anche se imperfetta;  anche se non è quello che sarà poi il vostro disegno finale, lasciate che il mercato e gli utenti facciano il resto.

Se il vostro sogno è quello di andare in Silicon Valley  pensate ad un progetto che non che nasca e muoia in  Italia o che sia costruito su un modello italiano. Nessun investitore americano, almeno quelli che ho incontrato io, investirebbe in un progetto per l’Italia;  a meno che non sia un modello che poi estendibile ad altri paesi.

Non siate gelosi della vostra idea e soprattutto non siate esclusivisti nel senso che per il lancio della startup avete bisogno veramente di tanta gente: non potete fare tutto da soli. Selezionate i talenti che servono, capite di cosa avete bisogno,  coinvolgete le persone di cui avrete bisogno, trascinatele e partite.

Se avete bisogno di un piccolo boost per partire, chiedete ad amici, parenti familiari che sono le persone che sicuramente credono in voi, vi conoscono.

Non pensate di aver bisogno di 2 milioni di dollari per fare una startup perché magari avete soltanto bisogno di 2 milioni di pensieri;  2000 brainstorming e di persone skillate e talentuose che potranno realizzare insieme a voi la vostra idea con dei prezzi contenuti e raggiungere dei risultati non ottimali ma comunque validi.

In casa le donne sono diverse nel portare avanti una start-up tecnologica?

Credo che noi  donne siamo più concrete; riusciamo ad andare al di là dell’idea teorica e tramutarla in pratica. Le donne inoltre sono flessibili, perché devono esserlo nella vita e questo si riflette anche nel lavoro. Nelle startup guidate da donne c’è meno rigidità rispetto ad orari ed esigenze personali, ma massima rigidità verso i risultati. Una donna imprenditrice punta all’ eccellenza, senza se e senza ma: deve dimostrare continuamente di essere all’ altezza. Le donne sono fortemente  empatiche, sono brave a comunicare e fare networking.

Se state lanciando una  startup tecnologica, assicuratevi di avere almeno il 50% di donne nel team. un prodotto può essere fantastico però se non è ben comunicato nessuno lo  conoscerà.

Un motto per gli start-upper italiani?

I sogni nel cassetto fanno la muffa! Realizzateli!

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