Lo spazio è la nuova piattaforma di creatività a cui devono guardare le startup

Silvio Gulizia intervista David Orban The next big thing sarà lo spazio. Smettetela di pensare alla next big thing come alla prossima Facebook: quanto è grosso Facebook rispetto a Internet? Qual è la rivoluzione più grande che avete visto compiersi sotto i vostri occhi se non quella di Internet? Le nuove generazioni di imprenditori si stanno affacciando a un mondo che fra dieci anni sarà stravolto da “tecnologie spaziali”. Questa cosa non è frutto del mio cervello, ma me l’ha spiegata David Orban, CEO di Dotsub, advisor e docente della Singularity University, con cui ho avuto l’opportunit&agrave…

Lo spazio è la nuova piattaforma di creatività a cui devono guardare le startup

Space

Silvio Gulizia intervista David Orban

The next big thing sarà lo spazio. Smettetela di pensare alla next big thing come alla prossima Facebook: quanto è grosso Facebook rispetto a Internet? Qual è la rivoluzione più grande che avete visto compiersi sotto i vostri occhi se non quella di Internet? Le nuove generazioni di imprenditori si stanno affacciando a un mondo che fra dieci anni sarà stravolto da “tecnologie spaziali”.

Questa cosa non è frutto del mio cervello, ma me l’ha spiegata David Orban, CEO di Dotsub, advisor e docente della Singularity University, con cui ho avuto l’opportunità di scambiare quattro chiacchiere martedì scorso. Per le nuove generazioni lo spazio può avere un impatto simile a quello che ha avuto Internet per le nostre – mi ha spiegato David – Sono due cose che nascono entrambe dalla liberalizzazione di progetti governativi. Internet è lo sviluppo in sede civile di un progetto nato con scopi militari, finanziato dallo stato americano e poi reso disponibile a chiunque. Oggi con lo spazio sta avvenendo la stessa cosa: con la dismissione della flotta di navette spaziali da parte della Nasa la gestione dello spazio orbitale intorno alla Terra è stata demandata a società private. Così lo spazio si sta trasformando in una piattaforma di creatività per disegnare nuove soluzioni utili a miliardi di persone. A innescare questo processo è il semplice fatto che l’accesso allo spazio è ora a disposizione di tutti.

Perché? Perché ora? Perché lo spazio? (questa domanda l’ho solo pensata mentre lui parlava)

Prima non c’erano incentivi e i subcontractor non avevano la necessità di esplorare nuove strade perché lo Stato garantiva quella manciata di miliardi di dollari all’anno che rendeva superfluo inventarsi qualcosa di diverso. Ora siamo davanti a un cambiamento epocale: oggi ci sono centinaia di startup in grado di interpretare lo spazio come qualcosa di accessibile e disponibile per creare nuovi prodotti e servizi basati sull’offerta da parte di privati.

Fammi capire: parliamo di viaggi spaziali e di cose da film di fantascienza?


Per nulla. Parlo di cose che non sarebbero potute nascere prima. Skype e Hangout sono figlie di Internet, le aziende di servizi telefonici non avevano l’esigenza e la fantasia di creare queste cose. Lo spazio oggi è una frontiera direttamente disponibile per chi vuole fare innovazione. Ci sono componenti che chi ha creatività è in grado di reinterpretare, a partire dai razzi vettori che non trasportano più uno o due satelliti, ma diversi satelliti miniaturizzati con i quali è possibile fornire servizi di monitoraggio, acquisizione di informazioni legate all’ambiente o un fenomeno, gestire comunicazioni e tante altre cose. Ci sono già anche startup italiane che stanno indagando questo settore, come Deorbital Devices di cui sono advisor.

In realtà la mia chiacchierata con David era partita da molto più lontano. Da tecnologie con le quali noi persone comuni ci stiamo sporcando le mani in questi giorni: Bitcoin, stampa 3D, energia solare e coltivazione idroponica. Lui, David, di queste cose ne parlò al TEDx di Bologna nel 2012, dipingendo un passaggio epocale dalla società centralizzata in cui gli stati sovrani hanno un ruolo chiave a quella che definisce network society, frutto di una rivoluzione sociale che si compirà nei prossimi anni a una velocità a cui non siamo abituati.

Quelle cose che erano evidenti a te due anni fa oggi sono sotto gli occhi di tutti. A che punto siamo di questa evoluzione?


Per quanto veloce in termini assoluti, questo processo richiederà parecchio tempo per compiersi. Alle cose di cui parlavo due anni fa se ne stanno aggiungendo altre, come l’apprendimento on line e la salute personalizzata, con il passaggio dalla cura delle malattie alla loro prevenzione. Siamo ancora agli inizi. Se vai in un caffè a San Francisco e chiedi alla gente se sa cosa sono i Bitcoin o se conosce la stampa 3D molte persone ti rispondono di sì, ma se parli con il resto del pianeta, se parli con le forze politiche e militari che influenzano la nostra vita sulla base delle loro cognizioni, queste tecnologie è come se non esistessero. Per definizione però il tipo di forza evolutiva di cui parlo non è organizzata sui criteri base della democrazia rappresentativa e quindi non si esprime tramite la politica com’è organizzata oggi.

La forza evolutiva di cui parli è la “tecnologia” che ha liberato gli schiavi d’Egitto e i vassalli del medioevo. Come si arriva alla network society?


Presto ci saranno obiettivi totalmente al di fuori di quelli a cui uno stato nazione può ambire e che invece saranno alla portata della network society. Oggi abbiamo delle gerarchie centralizzate, ma questi fenomeni di cui stiamo parlando sono caratterizzati da una distribuzione decentralizzata e questo produce un effetto di rete. Quando sarà visibile questa capacità di azione da parte delle persone della network society ci troveremo di fronte a un cambiamento esponenziale. Ci sarà una diffusione dei vantaggi di tutto questo in modo accelerato e non prevedibile da parte dei più.

Mi sfugge un po’ come questa evoluzione possa compiersi in maniera non traumatica.

La network society non è in sostituzione degli stati nazione. Una convivenza non conflittuale è possibile, ma dipende da quanto è illuminata la direzione politica dello stato nazione. Facciamo un esempio: oggi in molte parti del mondo la violazione del copyright è un reato penale, mentre prima era semplicemente una questione di infrazione civile, da sistemare fra il titolare dei diritti e chi li aveva violati. Questo è un esempio di come lo stato nazione reagisca incancrenendosi su certe posizioni invece di evolversi perché non è in grado di sacrificare le posizioni conquistate da parte di strutture dominanti e interessi industriali.

Mi hai quasi fatto dimenticare quello che era il mio obiettivo: parlare di startup con te. Tu lavori a New York, ma fai spesso il pendolare con l’Italia. Come le vedi le nostre startup?

In Italia dalla prima bolla di Internet in poi c’è stata una presa di coscienza delle possibilità di fare startup. Ci sono state però molte poche exit e di conseguenza poche persone che si sono rimesse in gioco con nuove startup o creando fondi di investimento. Ora si insiste così tanto sulle startup come soluzione ai problemi perché c’è un’illusione che possano essere la soluzione universale a una situazione di per sé disperata. Non tutti però vogliono o possono fare gli imprenditori. Fare startup è estremamente dura. Quando le mamme degli startuppari invitano i propri figli a trovare un posto tranquillo in banca fanno bene, perché la maggior parte delle persone non sono capaci di fare startup. Lo fanno lo stesso perché il posto in banca non c’è, ma questo non significa che stiano facendo la cosa giusta. C’è assolutamente spazio per investire su idee valide anche in Italia, anche in campi in cui gli altri si sono già mossi come i Bitcoin o la stampa 3D, ma c’è un problemino: tocca saper parlare inglese. Poche settimane fa sono intervenuto a una conferenza di startuppari e mi hanno chiesto di parlare di una tecnologia. Mi è venuto spontaneo proporre di farlo in inglese, ma mi è stato risposto “Preferiamo di no, perché già il tema è complicato, se poi ci mettiamo l’inglese rischiamo che nessuno ti capisca”. Puoi avere le idee più belle del mondo, ma se ti limiti al mercato italiano non puoi andare tanto in là.

Quali altri gravi lacune hanno, secondo te, gli startuppari italiani?


In media sono meno avventurosi e non hanno sufficiente ambizione: se una startup non vuole cambiare il mondo, allora non è una startup. Si possono creare fabbriche, aziende o negozi e sono cose dignitosissime, ma non sono startup.

Silvio Gulizia è giornalista e blogger. Lo trovate sul web e su Twitter.

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