Perché un padre si dispera se il figlio vuol fare lo startupper: qualche risposta e una proposta

Coinvolgere i giovani studenti universitari italiani nella costruzione di un nuovo ecosistema innovativo non è semplice. Il processo è infatti ostacolato da barriere di natura culturale e formativa oltre che, naturalmente, dalle interferenze che arrivano da chi, avendo maturato una consolidata esperienza nell’ecosistema “tradizionale”, sta ora cercando di posizionarsi nel …

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Perché un padre si dispera se il figlio vuol fare lo startupper: qualche risposta e una proposta

Coinvolgere i giovani studenti universitari italiani nella costruzione di un nuovo ecosistema innovativo non è semplice. Il processo è infatti ostacolato da barriere di natura culturale e formativa oltre che, naturalmente, dalle interferenze che arrivano da chi, avendo maturato una consolidata esperienza nell’ecosistema “tradizionale”, sta ora cercando di posizionarsi nel nuovo senza però averne compresi i meccanismi.

In questo primo post cercherò di trattare le barriere di natura culturale, lasciando l’analisi di quelle formative e di quelle che ho indicato come interferenze a post successivi.

Il problema culturale ha un aspetto paradossale: da un lato, infatti, esso è basato sul rifiuto di ogni competizione di mercato e, allo stesso tempo, sul suo esatto contrario ovvero l’accettazione di una competizione feroce e senza limiti (indicata come “sindrome del Palio di Siena”). Questo paradosso è però solo apparente, in quanto questi due diversi atteggiamenti sono in realtà intimamenti legati come le facce di una stessa medaglia.

Per un motivo o per un altro, infatti, nel nostro Paese si è andato via via sviluppando un bisogno di “sicurezza” rispetto alle incertezze del mercato che ha portato al rafforzamento di un complesso sistema di corporazioni, relazioni personali e lobby che hanno il compito di salvaguardare lo status quo cercando di minimizzare la possibilità che eventi esterni possano disturbare gli equilibri consolidati. In un tale sistema l’innovazione non può fiorire non solo perché “geneticamente” estranea al sistema stesso, ma anche in quanto un sistema a bassa competitività non permette alle innovazioni di ripagare significativamente il rischio che ci si assume nel proporle.

Un sistema chiuso, però, è sempre caratterizzato da una incapacità endogena di creare nuova ricchezza (in sostanza, lasciato a se stesso non cresce), per cui le relazioni tra le parti possono essere solo distributive, caratterizzate, cioè, da una quota costante di ricchezza che viene distribuita tra gli attori presenti e dove, quindi, ogni quota conquistata da un soggetto si traduce in una perdita netta per ogni altro soggetto. In un tale sistema ha dunque non solo pienamente senso il detto “mors tua, vita mea”, ma anche il più popolare “mal comune, mezzo gaudio” assume la sua reale connotazione: danneggiare chi compete con noi, infatti, ci assicura che questi non potrà in nessun modo approfittare della nostra défaillance assumendo posizioni dominanti nelle prossime spartizioni della torta.

L’incapacità del sistema di ripagare in modo significativo chi, innovando, si assume dei rischi comporta inevitabilmente una selezione avversa: si tenderà sempre a premiare chi riesce a portare la propria azienda all’interno delle cerchie “che contano”, a preferire chi è capace nel business delle relazioni piuttosto che nel portare nuove idee sul mercato. In linea generale, chi si assumerà il rischio di proporre nuove soluzioni verrà percepito come qualcuno la cui personalità può variare dell’ingenuo, al mentecatto sino al presuntuoso ed arrogante.

Questo modo di vedere ha una immediata ricaduta sui giovani: per un padre sentirsi dire “papà, voglio fare l’imprenditore!” equivale a sentirsi dire “papà, voglio fare l’artista!”. Dopo un primo tenero pensiero alla virginea ingenuità del virgulto, il genitore viene gettato nello sconforto dalla visione del frutto dei propri lombi mendico sotto i ponti. Tale reazione non cambia se il giovane in questione si rivolge al suo mentore universitario: in genere il canuto docente fisserà con aria interrogativa quello che sino ad un attimo prima pensava fosse un assennato discente per poi scuotere paternamente il capo osservando “caro figliolo, tu non sai quel che dici”. In altri termini, lo scetticismo e lo scoraggiamento sono spesso le prime reazioni che uno studente intenzionato a lavorare seriamente per la costruzione di un nuovo ecosistema innovativo, si troverà ad affrontare e che, in molti casi, lo porteranno a ripensare alle proprie posizioni “eversive” e a cercare di trovare un posto sicuro presso il locale ufficio delle Poste e Telegrafi o nella grande azienda dove c’è un aggancio dello zio prete (per inciso: l’autore del presente post nutre molti e fondati dubbi sul fatto che tali scelte abbiano ancora oggi l’auspicato grado di “sicurezza”).

La logica distributiva, al tempo stesso, lavora potentemente per minare ogni possibile condivisione di valori sulla quale costruire una competitività non miope. La competizione, infatti, se non è il mostro a due teste che molti immaginano, non è neanche, se lasciata libera e selvaggia, la panacea di tutti i mali. Come molti aspetti della vita sociale, infatti, anche la competizione richiede una visione etica condivisa senza la quale si traforma, come nel caso del palio di Siena, in una pura lotta distruttiva. Ma una visione etica condivisa non può che essere basata su due assunti: il primo è quello che porterà chi perde a ritenere che chi ha vinto lo abbia fatto per motivi fondamentalmente basati sul merito (e non sulla cooptazione familistica, di partito, di gruppo dirigente e così via); il secondo è che sia accettabile avere una perdita oggi in quanto la vittoria di chi è più capace può far crescere la ricchezza disponibile domani (in sostanza, nel medio termine la “torta” cresce per effetto della capacità del sistema di selezionare sempre il meglio). Senza una cultura della competizione basata sulla accettazione della perdita nel breve termine, è impossibile costruire un insieme di relazioni che favoriscano l’emergere delle eccellenze, in altri termini quello che si chiama networking.

Anche relativamente a questo aspetto, purtroppo, i nostri giovani soffrono di un grave handicap culturale. La scuola e l’università, infatti, nel corso del tempo sono diventate sempre meno nette nell’indicare il merito e anche in ambito sportivo, per il momento con la sola eccezione del rugby, la cultura oramai dominante è quella per cui si gioca “contro un avversario” e non “con un avversario”. In un tale clima, i giovani hanno enormi difficoltà a capire il senso del networking: ogni condivisione delle informazioni, infatti, è vista come una perdita di un capitale personale a vantaggio di altri con il risultato che dati, informazioni e contatti devono essere scoperti e conquistati ogni volta da ciascuno, senza che si possa stratificare un insieme di conoscenze condivise. Ogni critica viene vissuta come un’offesa, con il risultato che è impossibile dare e ricevere quelli che si chiamano “candid feedback”; l’assenza di condivisione e candid feedback, a sua volta, si traduce nella incapacità di ascoltare veramente cosa ha da dirci l’altro, in quanto ci si abitua a conversazioni quasi sempre superficiali e lontane da un reale confronto.

Concludendo: per poter effettivamente coinvolgere i giovani nella costruzione di un ecosistema innovativo è necessario tenere presenti quali siano i problemi che i giovani stessi hanno sia nel comprendere il senso stesso di tale costruzione che nell’atteggiamento con il quale tradizionalmente famiglie ed istituzioni accolgono le aspirazioni di coloro che vogliono portare attivamente le proprie idee nel mercato e nella società.

Roma, 7 giugno 2013

AUGUSTO COPPOLA

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