Quelli che… la startup non la racconto, sennò me la copiano

Tra le diverse cose che mi ritrovo a fare in rete ho anche una pagina facebook chiamata “frasi da startup” dove tre volte la settimana pubblico le frasi più (ab)usate nell’ambiente startup. La cosa ha, ovviamente, come scopo principale quello di mettere in risalto alcune affermazioni che col tempo sono diventate quasi degli stereotipi e delle frasi fatte del settore. E di farsi una risata su tutto questo. Spesso capita però che si discuta, soprattutto privatamente, con alcuni utenti sull’origine di una determinata frase e sul suo vero significato. Ho pensato di prendere cinque di queste frasi …

Quelli che… la startup non la racconto, sennò me la copiano

Tra le diverse cose che mi ritrovo a fare in rete ho anche una pagina facebook chiamata “frasi da startup” dove tre volte la settimana pubblico le frasi più (ab)usate nell’ambiente startup. La cosa ha, ovviamente, come scopo principale quello di mettere in risalto alcune affermazioni che col tempo sono diventate quasi degli stereotipi e delle frasi fatte del settore. E di farsi una risata su tutto questo.

Spesso capita però che si discuta, soprattutto privatamente, con alcuni utenti sull’origine di una determinata frase e sul suo vero significato. Ho pensato di prendere cinque di queste frasi e cercare di analizzarne il vero significato sperando di contribuire a sfatare certi “miti” che col tempo sono venuti a crearsi.

Disclaimer: sono dell’opinione che non esista una formula dello startupper (o imprenditore) perfetto, quindi l’analisi del significato delle frasi è una mia personalissima opinione. Ma sono sempre aperto a discuterne nei commenti del post!

“Non abbiamo competitor”

Questa è un classico! Una delle più piaciute e condivise in assoluto. È un’affermazione che ho sentito dire spesso durante i pitch (presentazione agli investitori) delle startup. Di solito c’è una slide in cui si dovrebbe mostrare lo scenario competitivo e analizzare quali sono le differenze principali del proprio prodotto/servizio rispetto ai competitor. Ed è proprio qui che qualche startupper più inesperto si gioca la carta del “non avere competitor”, sperando di far colpo sugli investitori in sala. Purtroppo, di solito, il risultato ottenuto è esattamente l’opposto.

Un investitore una volta rispose con una frase che riassume perfettamente l’idea che si fa chi sta dall’altra parte: «Se non ci sono competitor, non c’è mercato». Mi permetto di aggiungere che molto spesso il mercato c’è, ma è stato lo startupper a non averlo analizzato abbastanza da trovare competitor (diretti o indiretti). Una frase del genere è quindi da evitare, perché è abbastanza grave in entrambi i casi: mercato assente o incapacità di analizzarlo.

“Non posso parlare della mia idea altrimenti me la rubano”

Questa è in assoluto una delle mie preferite. Sentire questa frase è molto frequente durante i momenti di networking di un qualsiasi evento startup, o nei gruppi facebook dove di solito si discute dell’argomento.

Qualche startupper, preso dalla paura di essere anticipato, preferisce non parlare della sua idea. E il bello è che questa frase viene quasi sempre detta mentre si stanno chiedendo dei feedback. E allora iniziano strane descrizioni del prodotto dove si cerca di far capire cosa sia senza dare troppi dettagli. In realtà della propria idea si deve parlare. Il prima possibile!

Non parlare della propria idea significa non ricevere feedback, non validarla. Significa continuare a ripetersi tra sé e sé che è l’idea del secolo, senza verificare se sia effettivamente così. Solo attraverso lo scambio di opinioni con altri si può effettivamente testare se la propria idea può funzionare, se ha dei limiti, se va rivista e, soprattutto, se è stata già realizzata.

Risponderei quasi con un’altra “frase da startup” che dice: «l’idea non conta, quello che conta è l’execution». Il concetto è che puoi aver avuto l’idea più figa del mondo, ma farai bene a convincerti che qualcun altro ha avuto la stessa identica idea. Da questo momento in poi conta solo chi riuscirà a realizzarla per primo e… meglio.

“Abbiamo il 50% degli utenti attivi”

Le famose Vanity metrics. Di cosa si tratta? Se cercate un po’ in rete ci sono tantissimi post sull’argomento. Qualche tempo fa Fabio Lalli ne scrisse uno molto interessante che vi consiglio di leggere come partenza.

Troppo spesso gli startupper (e non solo) cadono nella trappola di voler impressionare il pubblico (e gli investitori) sparando numeri alti sul proprio prodotto. Peccato però che non siano i numeri giusti! Un esempio: raccontare che state facendo migliaia di visite al giorno sarà ben poco interessante se non dite quanti di questi visitatori riuscite a convertire.

Una strategia del genere può anche funzionare nei primi momenti di vita della propria startup (quando magari non ci sono ancora numeri rilevanti) ma non regge nel lungo periodo. È assolutamente da evitare, perché mostra scarsa conoscenza delle metriche importanti o nasconde un’assenza completa di queste.

“Abbiamo fatto pivot”

Con il termine pivot si intende il cambio di rotta. Può capitare che ad un certo punto durante la vita della propria startup ci si renda conto che qualcosa non sta funzionando, a quel punto si prova a fare qualche cambiamento (anche importante) per correggere il tiro.

Agli inizi della mia “avventura” da startupper mi dissero «non innamorarti mai della tua idea» e questa frase finì dritta nelle mie citazioni preferite. Proprio in quell’occasione ci rendemmo conto, con il mio team, che qualcosa in mangatar non andava e facemmo pivot. Ne facemmo uno radicale!

Perché non bisogna innamorarsi della propria idea? Perché altrimenti non si è disposti al cambiamento e il cambiamento può essere vitale in alcuni casi. Una startup che non è pronta a cambiare, a evolversi e ad adattarsi, è una startup destinata a morire al primo ostacolo grosso che incontrerà. Prima ci si rende conto di questo e meglio è. Si sarà meglio predisposti all’idea che non per forza la realizzazione finale è uguale all’idea originale. Anzi, raramente è così!

“Le attività del core business saranno in outsourcing”

Questa l’ho voluta inserire perché l’ho sentita ripetere tantissimo in questo inizio 2013. Personalmente ritengo che sia un pessimo approccio. Soprattutto nei primi anni di vita di una startup, e soprattutto se si è alla ricerca di investimenti, è altamente improbabile che i founders non siano direttamente coinvolti nelle attività di core business.

Chi ascolta una frase del genere avrà sicuramente la percezione che le persone coinvolte non siano state in grado di formare un team che coprisse le figure necessarie allo sviluppo del progetto. O, peggio ancora, che non ne abbiano l’intenzione. L’idea che si rischia di far passare è quindi quella dello scarso impegno e della poca volontà nel costruire un team solido che duri nel tempo.

Il mio consiglio è di cercare di completare il team iniziale per renderlo il più eterogeneo possibile e capace di affrontare internamente il carico di lavoro iniziale. Questo comporta anche costi di avvio più contenuti!

Salerno, 18 luglio 2013

RAFFAELE GAITO

Per questo post ringraziamo:

Che Futuro! » Startup Italia

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