Report| L’incontro romano con Kevin Hauswirth, direttore social media della città di Chicago: Chi è e cosa fa il social media director e perché il caso Chicago è divenuto best practice

Report| L’incontro romano con Kevin Hauswirth, direttore social media della città di Chicago: Chi è e cosa fa il social media director e perché il caso Chicago è divenuto best practice

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Empowering the citizens through Digital Media”:  questo il titolo dell’incontro di venerdì tenutosi all’Ambasciata americana in Via Sallustiana a Roma, appuntamento conclusivo del tour italiano di Kevin Hauswirth, il Social Media Director appena ventinovenne, ingaggiato nel maggio 2011 dal sindaco di Chicago, l’obamiano di ferro Rahm Emanuel.  Ventuno mesi vissuti all’insegna dello #smartgov, che non rappresenta semplicemente l’hashtag prescelto per la giornata che l’US Embassy ha organizzato e reso possibile.

Il keynote di Hauswirth,  introdotto da Gianni Dominici di ForumPA, dopo le tappe di Milano, Pistoia e Bologna ci ha entusiasmato fin dalle prime battute per il suo approccio creativo.

Creatività sui dati” è infatti una delle prime espressioni utilizzate da Kevin, illustrando il suo programma realizzato in quasi due anni, con un brillante stile narrativo. Il parterre, un po’ limitato nel numero, è composto da dirigenti della PA, consulenti,  e practitioners; essenzialmente un connubio di esponenti del settore pubblico e privato.

Cosa fa un Social Media Director e perché? Qual è la sua filosofia e perché il caso Chicago fa scuola e diventa best practice?

Chi si occupa di modelli di open government lo sa bene, in tutti i discorsi che riguardano l’open data policy di un ente, un’amministrazione e su qualsiasi livello di governance, si è alla ricerca di una soluzione per superare le barriere per un’efficace apertura dei dati, per rompere quel guscio metaforico, ricordiamo l’ottimo esempio della noce di cui si era parlato in precedenza in quest’articolo. Nelle parole di Kevin Hauswirth e nelle sue case history si materializza questa chiave.

A Chicago l’openness è realtà, lo comprendiamo subito. Costruire un dialogo con la comunità per Hauswirth è una priorità.

Nel caso di Chicago, la figura innovativa del Social Media Director s’innesta in un organigramma che include un Chief data officer (@chicagocdo), un Chief Technology Officer (@chicagocto). Il Social Media Director si occupa di supportare la conversazione, di “connect conversations”.

L’obiettivo iniziale era quello di rendere più smart l’amministrazione e ridurre l’ipertrofia istituzionale. “Smarter vs. bigger” è uno dei principi da attuare e per farlo è necessario operare una trasformazione nella forma mentis dell’istituzione.

La tecnologia va sfruttata per aiutare la città, ma ricordando sempre che un approccio basato sugli open data prevede soprattutto un cambiamento paradigmatico e non soltanto tecnologico, per rimodellare la prospettiva di una città, innovando in ogni dominio di policy.

I pilastri strategici sono naturalmente la trasparenza che aumenta la fiducia,  l’accountability che migliora la forza-lavoro, l’analisi che favorisce nuovi processi, gli open data che aiutano il business, e il social che favorisce la collaborazione.

In un contesto del genere la partnership tra settore pubblico e privato va coltivata seriamente per evitare di essere sepolti da una valanga di dati. Hauswirth confessa di essersi attivato immediamente e senza indugi, dal primo giorno sul campo, immergendosi dentro ai social, che per un social media manager sono come una seconda natura.

Un direttore dei Social Media di un comune così grande come Chicago non ha in fondo altra scelta. Tra i sui obiettivi primari c’era il desiderio di semplificare le modalità del dialogo con i cittadini, operando  dall’interno delle istituzioni,senza ridimensionarne il ruolo ma, al contrario, valorizzandolo.

La gestione della comunità parte con azioni dal basso, presenza costante online, dialogo diretto con i cittadini, costruendo una conversazione con la parte passiva e attiva della comunità, amministratori, sviluppatori e fruitori.

Kevin fin dall’inizio irrompe anche nelle hack nights, gli hackathon settimanali. La sua preoccupazione maggiore sembra essere la montagna di dati disponibili, ma menziona anche come caso esemplare le richieste fatte via twitter. Richieste che vanno ascoltate ma anche aggregate e sistematizzate.

ll portale open data di Chicago include una sezione nella quale è possibile inviare proposte, idee, perseguendo lo stile ideascale, dove la trasparenza diventa proattiva.

Il “submit ideas” è molto popolare. Il tono di chi si rivolge ai cittadini è essenzialmente amichevole. L’umanizzazione di questo aspetto è cruciale per un maggior coinvolgimento.

Chicago è una città di quasi tre milioni di abitanti, nella quale sono stati istituiti molti community centers dove è possibile seguire in livestream le iniziative del City Council.

Kevin ci mostra i datasets pubblicati più interessanti, dai dati della polizia sui crimini e reati, a quelli sul bilancio e sulle spese per i salari degli impiegati, ai trasporti,  fino ai dati sui ristoranti “sicuri” basati sui risultati delle ispezioni. Molte sono le domande che si concentrano sulla metrica della performance, e sull’impatto del rilascio dei dati e della sua strategia inclusiva.

Il suo racconto continua citando un caso esemplare per la città di Chicago, il progetto Chicago Shovels. Nella città dell’Illinois l’inverno è lungo, e la rimozione  della neve è una questione urgente e molto importante per la popolazione. Il progetto prevede l’installazione di gps sugli spazzaneve, così da essere individuati facilmente in tempo reale, diverse app che aiutano gli abitanti dei quartieri maggiormente colpiti a navigare l’inverno più agevolmente e collegandosi semplicemente con uno smartphone. Chicago Shovels è nella realtà il risultato semplice dell’essere demand driven secondo quanto auspicava Tim Davies.

Altro aspetto interessante sono le civic apps sviluppate coi dati aperti da gruppi di cittadini volontari durante le già citate hack nights programmate settimanalmente. Hauswirth ne racconta l’evoluzione, di come ha cominciato a frequentare queste hackathon, e di come dopo un iniziale scetticismo ora anche molti funzionari comunali partecipano.

Qualche interessante civic app: Chicago Free Condom Finder per scovare facilmente i luoghi di distribuzione dei profilattici; Sweep around us per sapere in tempo reale quando la propria strada verrà ripulita dalla neve; Get a Flu shot, per trovare facilmente e in breve tempo il vaccino anti-influenzale.  La storia si fa ancora più interessante quando Kevin racconta di come il codice sviluppato a Chicago venga poi riusato in altre città come Boston, New York, Philadelphia, in un tripudio di contaminazione tra civic hackers, crowdsourcing e crowdsourced mapping.

Kevin introduce anche Open 311, un altro servizio innovativo che permette ai Chicagoeans di inviare foto, tramite messaggio, con un servizio di geotagging che rende possibili segnalazioni accurat. Un esempio citato da Kevin  è quello, per esempio, della rimozione dei graffiti. Questo sistema di reporting, aggiunge, ha aumentato la consapevolezza e il coinvolgimento; ha migliorato sostanzialmente la qualità dell’informazione raccolta e modernizzato il sistema dei reclami, offrendo una più significativa efficienza operativa. Dunque è vero che Data belong to people, ma anche e soprattutto che Social space is about people. Il processo di decision-making è coadiuvato da questi strumenti.

Dopo  Hauswirth sono intervenuti Luigi Di Gregorio del comune di Roma, Giovanni Menduni del comune di Firenze e Paolo Mora della  Regione Lombardia.

In linea con Hauswirth, Menduni ha sottolineato l’importanza del back-office che può fare la differenza; ha raccontato come a Firenze si sia cercato strategicamente di adottare un approccio all’insegna del principio Ogni giorno pubblico un dato; ha fatto l’esempio del lancio dell’app estiva Coolplaces e di come sia necessaria l’integrazione in un sistema di produzione di contenuti.

A chiusura della mattinata Hauswirth riflette anche sulla ristrutturazione che l’adozione di un tale approccio ha provocato a livello di ruoli e competenze, introducendo e rafforzando l’importanza del data scientist.

Con questa sperimentazione di successo si stabilisce una nuova regola, un nuovo corso, a new norm che dovrà essere sempre presa in considerazione dai futuri amministratori, mantenendo sempre l’open source come chiave in questo processo.

Anche il digital divide, che mette brutalmente in luce i limiti di una modernizzazione in cui smartphone e tablet sono protagonisti, viene affrontato da Kevin che risponde dicendo che a Chicago è possibile dotarsi di computer low-cost e frequentare sessioni di training per imparare a usare gli strumenti necessari per usufruire dei benefici degli open data nei community centers. Altro progetto recente è il Tech Diversity Council che invece cerca di aumentare la partecipazione delle minoranze nel settore high-tech.

Ascoltando l’esplosivo Hauswirth, appare chiaro quanto a Chicago il modello delle cinque stelle di Tim Davies sia diventato più che mai una realtà, quanto la comunicazione sia fondamentale e quale strategia adottare per evitare gli effetti nefasti del wasted data food. Essenziale per ogni community manager.

Trento, 26 febbraio 2013

FRANCESCA DE CHIARA

(Community Builder- Dati Aperti Trentino)

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