Startupper: compensi e stock option diventano trasparenti

Buffer è un’App che aiuta a pianificare la condivisone di contenuti sui social network, ha raccolto 450mila dollari in un seed round e ha un milione e duecentomila utenti. Buffer ha reso pubblici gli stipendi dei suoi dipendenti. Joel Gascoigne è il co-fondatore e Ceo di Buffer e guadagna 158mila dollari all’anno. A 99u ha spiegato le ragioni di questa scelta così drastica e sorprendente. “In Buffer la politica adottata è “trasparenza di default” e gli stipendi ne fanno parte, come tutto il resto. Tra i fattori che determinano i salari ci sono, tra gli…

Startupper: compensi e stock option diventano trasparenti

Salary startupper

Buffer è un’App che aiuta a pianificare la condivisone di contenuti sui social network, ha raccolto 450mila dollari in un seed round e ha un milione e duecentomila utenti. Buffer ha reso pubblici gli stipendi dei suoi dipendenti.

Joel Gascoigne è il co-fondatore e Ceo di Buffer e guadagna 158mila dollari all’anno.

A 99u ha spiegato le ragioni di questa scelta così drastica e sorprendente.

“In Buffer la politica adottata è “trasparenza di default” e gli stipendi ne fanno parte, come tutto il resto. Tra i fattori che determinano i salari ci sono, tra gli altri, tipo di mansioni, esperienza, luogo di lavoro e seniority. La formula è in evoluzione e al momento include una scelta tra un extra nello stipendio o maggiori quote di equity.

Con questo modo di operare, e con gli incontri mensili con tutti i dipendenti, Gascoigne dice di cercare di frenare la cultura troppo diffusa nella Silicon Valley di saltare da un lavoro all’altro, di tenere motivati i suoi colleghi e di evitare che passi per la testa di qualcuno di non essere retribuito per quello che vale”.

Vediamo se questo tentativo avrà successo e imitatori. Intanto la domanda sorge spontanea: perché rendere questi dati pubblici anche verso l’esterno? Per farsi un po’ di pubblicità? In questo caso missione compiuta.

Startup Compass, il sistema di benchmarking per startup ha pubblicato qualche giorno fa i dati dei salari medi per gli stipendi dei fondatori di startup.

Il discorso sugli stipendi nel settore è in ogni caso all’ordine del giorno ed è interessante ragionare sui diversi effetti che lo straordinario successo di alcune aziende ha sull’ecosistema delle startup. Il fenomeno che più di tutti gli altri ha ricadute per tante persone è l’istituzionalizzazione del successo, spesso con una IPO, di alcune “ex startup” tech come Google, Linkedin, Facebook e Twitter.

La quotazione di Facebook si stima che abbia creato, grazie alla distribuzione di azioni ai dipendenti, più di mille milionari. Quasi nessuno di loro pronto alla pensione (l’età media in Facebook è 28 anni). Tanti invece pronti a reinvestire subito talenti e guadagni in nuove startup e fondi di VC.

Dave Morin, dopo 3 anni a Facebook (dove tra l’altro ha inventato Facebook connect) ha fondato Path e investe in quasi una decina di altre startup ogni anno.

Da Adam D’Angelo e Charlie Cheever, ex di Facebook, viene invece Quora. E a far loro compagnia ci sono decine di altri.

Quelle società che oggi sono quotate e sono dei giganti di internet (e non solo di internet) hanno raggiunto una potenza finanziaria e un prestigio tali de poter assumere o trattenere nei loro ranghi praticamente chiunque.

Business Insider pochi giorni fa ha scritto della storia di un programmatore di Google che ha rifiutato la generosa proposta di una (anonima) startup: 500mila dollari. Perché? A Google guadagna 3 milioni.

Insomma, l’inflazione nei salari è una realtà e le contee della Silicon Valley sono tra le più ricche degli Stati Uniti, con il 14% delle famiglie che hanno un reddito di più di 200mila dollari sono dietro solo a Manhattan (16%).

Ci sarà sempre qualcuno pronto a prendersi dei rischi e a cambiare le cose.

Piccola nota di colore: David Choe, un artista che nel 2005 ha dipinto con dei murali la sede di Facebook a Palo Alto, con la quotazione della società si è ritrovato con 200 milioni di dollari. Si era fatto pagare in azioni.

Se vi interessa il tema non potete non dare un’occhiata a GlassDoor.

Federico Invernizzi è su Twitter.

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