Studenti di oggi, startupper di domani

Il primo impegno che mi fu chiesto in ambito associativo, è stato quello di andare in una scuola a portare la mia testimonianza ai ragazzi. Non capivo molto bene perché questa cosa fosse utile, perché se ne occupasse un’associazione. Perché continuavano a ripetermi, per convincermi, che da queste esperienze si impara e si riceve molto di più di quello che si da. Arrivo in una scuola superiore della provincia, un istituto tecnico. Indossavo la divisa che mi era propria, si tratta di un vestito scuro e una cravatta. Non nascondo che mi sentivo un po’ a disagio. Non conoscevo …

Studenti di oggi, startupper di domani

Il primo impegno che mi fu chiesto in ambito associativo, è stato quello di andare in una scuola a portare la mia testimonianza ai ragazzi. Non capivo molto bene perché questa cosa fosse utile, perché se ne occupasse un’associazione. Perché continuavano a ripetermi, per convincermi, che da queste esperienze si impara e si riceve molto di più di quello che si da.

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Arrivo in una scuola superiore della provincia, un istituto tecnico. Indossavo la divisa che mi era propria, si tratta di un vestito scuro e una cravatta. Non nascondo che mi sentivo un po’ a disagio. Non conoscevo l’istituto, mi capitava assai di rado di avere a che fare con una scuola (a 30 anni, non avendo figli, gli ultimi ricordi della scuola superiore sono già vecchi di più di un decennio). Entrato in punta di piedi, mi sono diretto verso l’aula dove si sarebbe tenuto l’incontro. Nel tragitto mi sono soffermato a guardare le porte, nei corridoi, delle classi. Ognuna con un numero e una lettera a indicare le storie e i sogni di un gruppo di ragazzi che avrebbero passato lì una delle parti più importanti della loro vita.

Una volta arrivato in aula (fortunatamente non una da grandi occasioni) e dopo aver incontrato il docente, ricco di grandi aspettative, arrivano i ragazzi. Il professore mi introduce e, neanche un minuto dopo, mi sono ritrovato solo davanti a quei giovani che mi guardavano con l’espressione tipica di chi si sta chiedendo quanto sarà noioso e lungo l’incontro.

Inizio a raccontare dei valori e della cultura d’impresa. Spiego loro che lo facciamo perché per noi è importante che l’impresa sia percepita bene e che loro sappiano che, un domani, sarà possibile anche per loro fare gli imprenditori. A proposito, “cosa ne pensate degli imprenditori, ragazzi?” chiedo loro. Silenzio. Il Professore sprona. Io incalzo e rassicuro, potete dire tutto. Il primo ragazzo inizia a dire che l’imprenditore rischia. Un secondo che da lavoro.

Il terzo alza la mano prima di dire la sua. “L’imprenditore è ricco”, dice. Qualche risata (anche io sorrido) e un altro rilancia: “l’imprenditore fa quello che vuole, se ne frega delle regole, degli altri”. La mia espressione si fa seria. Quella del professore ancora di più. Continua una ragazza: “non rispetta i lavoratori, quando le cose non vanno bene li licenzia e si tiene i soldi”. “Sfrutta i dipendenti insomma”. E poi via, “non paga le tasse, è mafioso, inquina, corrompe”. A quel punto interviene il professore e li interrompe.

Ero riuscito a farli parlare, ma a che prezzo? Sono rimasto sorpreso dalle loro parole. E’ questo quello che i ragazzi pensano degli imprenditori?

Prendo un bel respiro, tolgo la giacca, mi rimbocco le maniche e dico loro che l’impresa crea valore, ricchezza, benessere, innovazione. Che l’impresa, quella sana, è portatrice di valori importanti. Lo faccio attraverso esempi positivi, storie, racconti, metafore. E, alla fine, li ho convinti. E ho capito quanto è importante convincere il maggior numero possibile di ragazzi che fare impresa è possibile, ed è bello.

Quell’esperienza mi ha insegnato tanto. Il primo passo per rendere competitivo il Paese e per dare reali opportunità ai giovani è permettere loro di avere mille visioni di un futuro possibile e, soprattutto, di poterle realizzare concretamente.

Da quel momento è iniziato il mio percorso che ha visto il mondo della Scuola come punto cardine per la creazione di un ecosistema di sviluppo.

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E la risposta dei docenti e soprattutto dei ragazzi coinvolti in varie iniziative che puntavano a fare loro conoscere cosa significa essere imprenditore e com’è possibile diventarlo, è stata inaspettata.

Abbiamo avviato progetti che hanno simulato la creazione di startup, abbiamo dato opportunità a quei giovani che avevano avuto idee innovative da sviluppare. Siamo riusciti, in pochi anni, a cambiare l’atteggiamento che questi ragazzi avevano nei confronti del “fare impresa”, nel nostro territorio.

Ma la volontà non è tutto. Bisogna poi dare linfa a questo entusiasmo. Non è un caso che, secondo i dati raccolti nel report Global Entrepreneurship Monitor 2011, in Italia il 10,76% della popolazione tra i 18 e i 64 anni ha intenzione di intraprendere, ma solo il 4,2% realizza o possiede un’attività imprenditoriale innovativa. Inoltre di questo 4,32% solo il 3,32% diventa un’attività stabile e in grado di generare occupazione per se e per altri.

Negli Stati Uniti, per portare un esempio, i numeri sono pressoché invertiti, con il 12,53% che ha intenzione di intraprendere e il 12,84% che lo fa.

Come colmare questo gap? Bisognerebbe iniziare a puntare su un percorso di formazione imprenditoriale che parta dalle scuole, che accompagni i giovani prima a nutrire interesse e, infine, a mettere in pratica la loro creatività e competenza mettendosi in gioco.

Soprattutto la scuola secondaria, sia si tratti di istituti tecnici o professionali, sia di licei. Perché a quell’età i ragazzi hanno ancora la creatività, l’entusiasmo e la fiducia nei sogni necessaria, ma sono anche abbastanza maturi da poter mettere in campo i mattoni reali necessari per costruire il proprio futuro e realizzare la loro visione.

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Ma perché tutto questo non sia solamente frutto di sporadiche iniziative che vedono, per forza di cose, il coinvolgimento solo di alcuni docenti “di buona volontà”, è necessario che un percorso del genere sia strutturato, diventi un vero e proprio programma di formazione dei cittadini di domani che devono prendere in mano le redini dello sviluppo del Paese.

Sui vari territori ci sono molte interessanti esperienze concrete. A Catania il progetto education che portiamo avanti da quindici anni come Giovani Imprenditori di Confindustria si chiama l’Impresa dei tuoi sogni. E’ un ciclo di incontri formativi, tenuti a scuola e presso le aziende, che mette in contatto i giovani con l’impresa e stimola gli studenti delle scuole superiori a immaginarsi imprenditori, attraverso una semplice competition.

Ma ci sono anche grandi progettualità di livello nazionale e internazionale. Due delle migliori che ho incontrato durante il mio percorso e ai quali ho partecipato attivamente sono La Tua Idea d’Impresa e Junior Achievement.

La Tua Idea d’Impresa, promosso da Confindustria, utilizza la comunicazione come leva per entusiasmare i giovani attraverso la metafora dell’esempio positivo. Gli imprenditori registrano delle clip video i cui raccontano un’esperienza; la stessa cosa viene fatta dai ragazzi, che raccontano, in video, la loro idea d’impresa. Idee che poi vengono valutate dagli imprenditori che premiano la creatività e la poro attività dei giovani.

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Junior Achievement, invece, è un programma mondiale basato su un elaborato presidio didattico che prevede 80 ore di formazione durante un intero anno scolastico e porta i docenti a essere protagonisti (veri e propri tutor) e i ragazzi a creare il prodotto o servizio che successivamente sarà esposto in una fiera regionale prima e, successivamente, nazionale e internazionale.

Chiudo con una semplice frase che riassume tutto il mio ragionamento: il futuro di questo Paese, anche imprenditoriale, si costruisce a partire dai banchi di scuola.

Antonio Perdichizzi è mentor Wcap Catania e CEO di Tree HR, lo trovate sul web e su Twitter.

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