Sviluppate per gli interstizi, create negli interstizi: funziona

Lomografia di Antonio Pavolini Nel cuore dell’epoca d’oro del podcasting indipendente (2005-2007), che ormai sembra lontana anni luce, una delle regole auree per chi provava a scalare le classifiche di iTunes era quella di studiare il format partendo dalle abitudini del target presumibilmente munito di iPod. Se ad esempio il vostro podcast era una rassegna stampa tecnologica, come la celebre “Quinta di Copertina” di Antonio Sofi, immaginavate il vostro ascoltatore tipo: una persona tra i trenta e i quarant’anni, che si occupa di internet per lavoro o per curiosità, e che volendo essere aggiornato tutte …

Sviluppate per gli interstizi, create negli interstizi: funziona

lomografia di Antonio Pavolini

Lomografia di Antonio Pavolini

Nel cuore dell’epoca d’oro del podcasting indipendente (2005-2007), che ormai sembra lontana anni luce, una delle regole auree per chi provava a scalare le classifiche di iTunes era quella di studiare il format partendo dalle abitudini del target presumibilmente munito di iPod.

Se ad esempio il vostro podcast era una rassegna stampa tecnologica, come la celebre “Quinta di Copertina” di Antonio Sofi, immaginavate il vostro ascoltatore tipo: una persona tra i trenta e i quarant’anni, che si occupa di internet per lavoro o per curiosità, e che volendo essere aggiornato tutte le mattine su quello che accadeva sulla “scena web” (sì, la chiamavamo così) avrebbe forse dedicato otto-dieci minuti all’ascolto del file MP3 in questione. In auto, o ancora meglio aspettando la metropolitana (perché ai tempi il telefono ancora non prendeva nella metropolitana), si riusciva a dare un senso a un interstizio passivo della vita quotidiana del nostro abbonato. Insomma, funzionava.

Ora siamo nel 2014 e indubbiamente ne è passata di acqua, sotto i ponti. non solo siamo sempre, ma proprio sempre connessi, ma addirittura non è più un tabù consumare multimedialità in streaming: grazie alla combinazione di abbonamenti dati “quasi” flat, reti più potenti, device dagli schermi più grandi e della potenza di elaborazione molto superiore. Non che il podcast sia morto, intendiamoci: ma sono scomparsi dalla top ten di iTunes tutte le produzioni indipendenti, come tutto sommato è ora ovvio che la distribuzione tramite feed RSS è diventata la regola per quasi tutte le trasmissioni radiofoniche, dalla RAI agli ascoltatissimi network commerciali. Come mi capita sempre più spesso di ripetere, la risorsa scarsa non sono più, dunque, i contenuti, ma l’attenzione. I veri rivali dei podcast mainstream di oggi non sono le produzioni indipendenti o di nicchia, ma le valanghe di altre cose che possono essere fatte con uno smartphone o un tablet. Il problema delle major e dei broadcasters, per intenderci, non è più uno show indipendente come Rocketboom ma il cannibalismo di Facebook, la compulsività di Candy Crush, le immediate gratificazioni sociali di Whatsapp.

Per un creatore di contenuti, ma anche uno sviluppatore, non ha più molto senso chiedersi cosa entri in concorrenza con cosa per conquistare “spazio” in un ipotetico palinsesto in uno degli ormai 4 schermi in cui l’esperienza si è frantumata. Piuttosto, ha molto più senso lottare per conquistare un ruolo di valore in uno degli interstizi che le persone decidono di dedicare a “una nuova cosa interessante” che potremmo proporre loro. In modo discreto, per esempio attraverso gli auricolari, mentre fanno altre cose, o con una esperienza sempre più immersiva e saturante, come tipicamente è un videogame o la lettura.

O perché no, la scrittura: qualche giorno fa, nel corso del seminario sulle scritture istantanee Immediacy che Filippo Pretolani (a.k.a. Gallizio) e Carmine Mangone hanno tenuto nel nostro acceleratore di Roma, mi sono reso conto che il tema dello “sfruttamento degli interstizi” è ancora straordinariamente attuale. E non parlo solo dal punto di vista della fruizione, ma soprattutto di quando si tratta di trovare il tempo per produrre contenuti. Ogni giorno, sui social network, scriviamo miriadi di frasi, aforismi, twit, messaggi brevi creando senso e trasmettendo emozioni a centinaia di persone. Nessuno, peraltro, prova a strutturare seriamente questa operazione di “creazione di senso personalizzato” e al tempo stesso “di massa”.

A meno che non si decida, come sta provando a fare GallizioLAB, di stabilire una nuova “regola d’ingaggio” verso i creatori: 20 minuti subito, per scrivere cosa ti salta per la testa. Pare un dettaglio banale, ma intanto quasi 300 tra i più assidui heavy sharers della rete italiana hanno già raccolto in questo spazio i propri pensieri più o meno strutturati, ormai anche raccontati attraverso letture incrociate, quasi l’embrione di una radio parlata di pensieri interstiziali. Lo stesso Filippo Pretolani, ideatore del progetto, non sa bene dove andrà a parare quello che per ora appare come un esperimento di aggregazione o di produzione collettiva, ma questo importa fino a un certo punto. Per quanto mi riguarda, so solo che da oggi in pochi chiunque mi chieda di scrivere un testo “entro venerdì” avrà già perso in partenza. Perché ormai sono sempre più convinto che o si crea subito, o non si crea mai più.

Antonio Pavolini, Business Analyst – Digital Media presso Telecom Italia Group, qui su Twitter”

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