Telegram: pro e contro

Proprio in questi giorni, uscito dalla sessione d’esame (e rivista quindi la luce del sole) ho deciso di dare una chance a Telegram, sia dal punto di vista della tecnologia pura (quindi esaminarlo abbastanza nel dettaglio lato server) che dal punto di vista dell’utilizzo quotidiano come sostituto potenziale di Whatsapp all’interno del mio flusso di comunicazioni. Nonostante di solito io sia un tipo che sa abbastanza cosa vuole e cosa aspettarsi, pur trovandolo sostanzialmente un surrogato per ora non totalmente pronto a sostituire uno strumento come Whatsapp (o altri, se ne usate – ma per me sono…

Telegram: pro e contro

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Proprio in questi giorni, uscito dalla sessione d’esame (e rivista quindi la luce del sole) ho deciso di dare una chance a Telegram, sia dal punto di vista della tecnologia pura (quindi esaminarlo abbastanza nel dettaglio lato server) che dal punto di vista dell’utilizzo quotidiano come sostituto potenziale di Whatsapp all’interno del mio flusso di comunicazioni.

Nonostante di solito io sia un tipo che sa abbastanza cosa vuole e cosa aspettarsi, pur trovandolo sostanzialmente un surrogato per ora non totalmente pronto a sostituire uno strumento come Whatsapp (o altri, se ne usate – ma per me sono anche peggio, quindi lasciamo stare), ho toccato con mano alcune novità che hanno un potenziale enorme dal punto di vista della user experience, e che effettivamente me lo hanno fatto apprezzare parecchio, soprattutto dal punto di vista (diciamo pure) lavorativo.

Di seguito quindi, tre motivi identificati da me per cui Telegram non è attualmente una soluzione alle criticità di cui soffre Whatsapp, ma non solo: anche tre ragioni per farvelo stare, ugualmente, molto simpatico come secondo classificato.

Reinventare la ruota non è bello

Viviamo in un ecosistema fatto di tecnologie aperte, oltre che di imprenditori che sanno vendere la propria creatura a un colosso per svariati miliardi di dollari (di cui un bel po’ in stock option); per questo motivo, risulta antipatico creare un proprio protocollo che non sia basato su XMPP per la comunicazione e RSA/OTR per la crittografia, dato che sono tecnologie da sempre presenti nella storia dell’informatica, e sostanzialmente rock-solid dal punto di vista della sicurezza.

Telegram invece si basa su un protocollo proprio, che per quanto ben descritto in molteplici paper e sulla pagina ufficiale (nonché messo in pratica attraverso il codice dei client che possiamo esaminare), è comunque una cosa nuova da studiare da capo, completamente. Mtproto è molto carino come concezione, ma il team avrebbe potuto risparmiare parecchio tempo non creando tutto questo, e partendo invece da quelli che sono dei golden standard. In questo modo invece abbiamo una creatura che per quanto carina, all’interno dei protocolli di comunicazione è in ogni caso un nuovo player che ha da mostrare tutte le sue carte, e da giocarle anche con cura.

È sicuro, ma non troppo

Telegram è più sicuro. Ok, abbiamo capito. Ma questoatteggiamento irritante degli sviluppatori di Mtproto, e di chi consiglia Telegram a sua volta, si scontra con un altro atteggiamento abbastanza deplorevole, e cioè quello di chi, nel frattempo, ne ha scoperto delle gravi falle a livello di protocollo crittografico.

Geoffroy Couprie, sviluppatore per VLC e consulente per la sicurezza informatica, ha scritto l’interessantissimo Telegram, AKA “Stand back, we have Math PhDs!”, dove ha messo alla berlina un po’ di corbellerie insite all’interno di Mtproto (ossia il protocollo usato da Telegram), come ad esempio una falla abbastanza grave nella chat criptata end-to-end, in quanto lo scambio di chiavi Diffie-Hellman viene coadiuvato dal server con un’operazione per cui (facendola breve) ci si espone ad un attacco Man In The Middle – il che significa sostanzialmente che se sono abbastanza furbo da fingermi un tuo server, riesco non solo a intercettare i tuoi messaggi, ma a decriptarli senza problemi.

Vogliamo continuare? Nah, piuttosto, leggetevi anche il thread di commenti sottostante in cui gli sviluppatori di Telegramaccusano Couprie di aver scritto inesattezze – cosa in parte vera e rettificata nell’articolo, ma non totalmente: altri dettagli (come quello sovrastante) sono ancora in attesa di una smentita.

Si ma… mia nonna lo usa?

Siamo in tanti ad aver installato Telegram; parecchie persone che lo usano ne incoraggiano l’adozione tra quelli che conosco, e parecchi scettici sempre nella mia cerchia gli hanno dato una chance, alcuni con successo, altri meno. Nonostante questo, però, la curva d’adozione è sempre piuttosto bassa, dato che i numeri di Whatsapp sono stati raggiunti non con un’esplosione singola, ma con una serie di boom progressivi che gli hanno permesso di diventare praticamente la piattaforma leader nel settore del messaging nel mondo.

Certo, le recenti adozioni di massa di Telegram possono avere un piccolo peso per Whatsapp, ma chi ha grosse cerchie di amici ancora fortemente legate al messenger (ormai) di Facebook non sarà così facile da smuovere: le masse si muovono solo con numeri ingenti, e sinora il punto di adozione ingente sembra per Telegram un’oasi alla fine di un lunghissimo tracciato da percorrere in undeserto costellato di ostacoli, tra cui Line con la sua interfaccia bellina, e WeChat che in Cina fa numeri da paura.

Chiaramente quindi, chi non è interessato alla nicchia (a meno che tutti i propri amici non abbiano già fatto il salto) lascerà Telegram al palo.

È open source (almeno, in parte)

Almeno, un pezzo di Telegram è open source. Ed è pure una parte consistente: anche se il server è ancora proprietario per motivi piuttosto loschi (e probabilmente i russi si stanno babbando tutti i nostri numeri di telefono per poi farci chiamare uno ad uno dai Testimoni di Putin), il protocollo è aperto, sviscerabile, e completamente comprensibile, tant’è che infatti le falle di sicurezza presenti sono state rese evidenti da svariati ricercatori che si sono interessati al tema in maniera immediata.

Stessa cosa dicasi con le API, che, ben documentate e altrettanto ben sviluppate, hanno permesso non solo la creazione di un buon client che, reso open source, può essere utilizzato anche a livello accademico per la comprensione di come un’applicazione comunica con il proprio server (in maniera cifrata, oltre tutto), e può chiaramente essere migliorato da una comunità piuttosto attiva. Se infatti l’applicazione per iOS è stata creata dallo stesso team di sviluppo, già il client Android segue dinamiche diverse, dato che la prima versione (immagino come le successive) è stata frutto di un contest, vinto da due programmatori proprio con il client che noi utilizziamo sul sistema operativo di Google.

La open API ha fornito anche l’appiglio per la proliferazione di client per altre piattaforme, approccio che non si ferma solo al mobile: abbiamo infatti anche un client per la riga di comando(compatibile con Linux e OS X), ma anche Telegram per Mac e Telegram per Windows. In mancanza di sforzi “ufficiali”, oltre tutto, anche Windows Phone ha beneficiato di una API con un tale grado di apertura (ormai obbligatorio per questioni di engagement, secondo me), dato che la community anche in quel caso ha colmato la lacuna con dei client completamente “homemade”.

Dobbiamo aspettarci un server open source di Telegram ben presto. Nonostante di solito io creda poco a queste affermazioni, forse in questo caso l’inizio è talmente buono che il progetto si merita un po’ di fiducia durante un periodo di staging proprietario che giocoforza è causato da questioni di fruibilità del codice. E quello che possiamo attendere come passo successivo, è che i client di Telegram/MTproto ci permettano effettivamente di specificare se connetterci a un server ufficiale, o ad un server che abbiamo messo in piedi noi stessi. Perché no? In fondo un servizio decentralizzato di messaggistica mobile sarebbe veramente innovativo.

Altro che balle varie correlate.

Meglio di niente

Whatsapp, si sa, è veramente pessimo sia come implementazione (un XMPP modificato in maniera abbastanza promiscua), che come sicurezza. Se infatti è vero che sono state segnalate delle falle ben chiare che mettono in pericolo la nostra privacy in maniera ingente, è anche vero che oltre questo i developer non hanno fatto gran che per proteggerci da occhi indiscreti, anzi: continuando a fatturare la compagnia si è completamente disinteressata di tutte quelle istigazioni ad attacchi man-in-the-middle, e probabilmente con Facebook al timone il comportamento sarà grossomodo lo stesso.

Telegram, invece, si trova un passo avanti da questo punto di vista: con un protocollo aperto mette in evidenza una sicurezza parecchio maggiore, oltretutto nonostante la presenza di problemi abbastanza rilevanti nell’algoritmo di crittografia, dovuti per lo più alla possibilità di attacchi MITM (anche in questo caso),l’atteggiamento degli sviluppatori sembra costruttivo e – tanto per tornare al punto di cui sopra – l’apertura dimostrata non tanto in fase di progettazione quanto di condivisione del lavoro svolto fa ben sperare, e sicuramente fa da grimaldello per chi cerca un’azienda fornitrice di servizi che ha a cuore in maniera maggiore la sicurezza di uno scambio di informazioni.

È una tecnologia migliore

Quella introdotta da Telegram è inevitabilmente una tecnologia migliore, perché si sposa meglio con i bisogni dettati da un mercato che è stato completamente rivoluzionato, nel bene e nel male, da una certa attenzione per l’aspetto della sicurezza. Anche senon ancora completamente aperta, sulla carta la tecnologia utilizzata da Telegram è decisamente migliore di quella alla quale ci dà accesso Whatsapp. Una persona un po’ attenta a questo tipo di caratteristiche per cui dovrebbe sicuramente considerare uno switch, a meno di non prendere in considerazione anche altri fattori di cui sopra.

Non credo ci sia molto da dire. Uso Telegram da un paio di settimane, affiancato a Whatsapp come messenger principale sul mio smartphone Android e sulle mie macchine. Certamente c’è da lavorarci su. Tuttavia, l’approccio al servizio mi pare interessante, per quanto approssimativo come business plan (chi paga? Pantalone?); c’è solo da aspettare, sicuramente il team si merita un po’ di supporto e parecchi feedback.

Alessio Biancalana è Dr. Bl@ster, lo trovate sul web e su Twitter

Questo articolo è pubblicato su: http://dottorblaster.it/2014/03/telegram-pro-e-contro/

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