Web tax? Alle startup servono investimenti, non protezionismo

Placatasi la confusione degli ultimi giorni dell’anno, sta per fortuna emergendo un dibattito molto più interessante di quello sulle partite Iva da aprire in giro per il continente. Claudio Giua e Luca De Biase ne hanno scritto negli ultimi giorni: che cosa deve fare ora l’Europa? E la risposta non è solamente “lotta all’elusione fiscale”. Il grande vantaggio competitivo delle aziende statunitensi è nella ricerca e negli investimenti, anche pubblici, in innovazione. Quindi la scelta italiana ed europea è “difendersi contro l’innovazione o farla” e la risposta come dice De Biase non sta affatto…

Web tax? Alle startup servono investimenti, non protezionismo

web tax

Placatasi la confusione degli ultimi giorni dell’anno, sta per fortuna emergendo un dibattito molto più interessante di quello sulle partite Iva da aprire in giro per il continente. Claudio Giua e Luca De Biase ne hanno scritto negli ultimi giorni: che cosa deve fare ora l’Europa? E la risposta non è solamente “lotta all’elusione fiscale”. Il grande vantaggio competitivo delle aziende statunitensi è nella ricerca e negli investimenti, anche pubblici, in innovazione.

Quindi la scelta italiana ed europea è “difendersi contro l’innovazione o farla” e la risposta come dice De Biase non sta affatto solo nel fisco, ma in un cambio di atteggiamento e di politiche.

La questione web tax invece sembra destinata ad una progressiva archiviazione “a step”. Cancellarla e basta, evidentemente, sarebbe stato maleducato. Nella pratica c’è stata una modifica che ha tagliato fuori l’e-commerce, poi l’approvazione, poi un rinvio alla metà dell’anno prossimo. Il rinvio è probabile che diventi una cancellazione vista l’approvazione di un ordine del giorno promosso da alcuni deputati che impegna il governo a notificare il provvedimento alla Commissione Europea e a neutralizzare gli effetti della norma nel caso danneggi anche solo indirettamente l’economia digitale italiana.

Delle ragioni che rendevano la proposta di Francesco Boccia azzardata si è già scritto ampiamente. Ripercorrendo brevemente le obiezioni più ricorrenti:

  • È incompatibile col diritto europeo. “Libertà di circolazione di beni e servizi” è un concetto abbastanza semplice e qui viene ignorato.
  • È scritta male. Dove si parla di pagine web “visualizzabili sul territorio italiano” siamo, a scelta, nella distopia più pura (modello cinese?) o in un caso di ignoranza. Per paradosso, essendo tutto il web accessibile dall’Italia, qualunque vendita di pubblicità nel mondo dovrebbe avvenire attraverso una partita Iva italiana.
  • Non prevede sanzioni di nessun tipo per chi non rispetta la norma.
  • Le stime sul gettito di Boccia, che parla di oltre un miliardo di Euro, sono irrealistiche. Potrebbe essere incompetenza anche qui, oppure far presagire un altro piano: obbligare le multinazionali ad aprire partita Iva in Italia e poi prendere questo elemento come segnale di una stabile organizzazione in Italia e assoggettarle all’imposizione sui redditi (ma anche qui sbaglia).

L’unica tesi che regga per me è quella di una battaglia combattuta e persa deliberatamente per raggiungere un altro obiettivo. Perdere una battaglia per vincere una guerra: ma quale?

Che cosa vuole Boccia dall’Europa? E la stessa domanda vale per Renzi (e per tutti quelli che hanno detto la loro negli ultimi venti giorni). Ha detto no alla web tax e ottenuto un bizantino disinnescamento. Ma anche lui ha detto che questo è un tema europeo da affrontare al più presto.

La Commissione Europea il tema lo ha già affrontato e a partire da inizio 2015 l’Iva sui servizi telematici si pagherà nel paese d’acquisto. Fine.

Paolo Coppola, deputato del Partito Democratico e artefice, con altri, dello stop alla web tax dice a Working Capital che “Anticipare la data in cui l’Iva sarà pagata nel Paese dell’acquirente potrebbe essere un primo passo”. E sul successo delle startup italiane ed europee è d’accordo con Luca De Biase: “Le nostre imprese vanno rafforzate aiutandole nel processo di innovazione, che è soprattutto culturale. Atteggiamenti “protezionistici” servono solo a rimandare i problemi”.

“Danneggiare anche in modo minimo l’evoluzione dell’economia digitale italiana, in questa fase, è semplicemente folle” – conclude Coppola – “Vuol dire non aver capito nulla di quale sarà l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra vita nei prossimi anni.”

Federico Invernizzi è su Twitter.

The post Web tax? Alle startup servono investimenti, non protezionismo appeared first on Working Capital Accelerator.

Per questa notizia si ringrazia:

Working Capital Accelerator » Blog

e vi invitiamo a continuare la lettura su:

Web tax? Alle startup servono investimenti, non protezionismo

Web tax? Alle startup servono investimenti, non protezionismo

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi